martedì 13 luglio 2010

IL BRUTTO ANATROCCOLO, IL CIGNO ED IL SUO CANTO





Qualche giorno fa Enel e Confindustria Brindisi hanno esultato per alcune dichiarazioni diffuse dal Dipartimento Ambiente della Unione Regionale delle Province Pugliesi contenute in un verbale di incontro svoltosi a Brindisi il 21 giugno scorso. Non dunque un documento ufficiale dell'Arpa ma il resoconto di un'audizione di dirigenti dell'Agenzia. Nell'incontro tema di discussione erano “le emissioni di anidride carbonica, polveri sottili e del conseguente impatto ambientale della Centrale Federico II”. Nel verbale, che il Presidente dell'UPI, Prof Schittulli, mi ha subito messo gentilmente a disposizione, si legge che “a quanto pare esiste su tutto il territorio Brindisino, in particolar modo nel suo distretto industriale, una capillare rete di centraline per l’esattezza ventotto, la stragrande maggioranza gestite interamente dall’ ARPA solo il 30% gestite da aziende private cinque delle quali dall’ ENEL. Le parole della Dirigente (dell'ARPA, dott.ssa D'agnano) sono sin dall’inizio confortanti e rassicuranti in quanto si apprende che nessuna di queste supera la soglia limite di rilevamento soprattutto nei pressi della Centrale Termoelettrica a carbone ENEL “Federico II”. Il verbale prosegue: “emerge un aspetto inquietante per quanto concerne l’inquinamento del sottosuolo, nello specifico la dott.ssa D’agnano si riferisce alle falde acquifere per il 90% inquinate non certo a causa delle sostanze di lavorazione dell’ ENEL bensì per infiltrazioni di sostanze di scarti di lavorazione delle aziende petrolchimiche e soprattutto farmaceutiche”.
Se questa audizione tranquillizza Enel, perché Confindustria non si preoccupa dell’inquinamento delle falde? È forse meno pericoloso per l’uomo?
Inoltre mi domando in che misura sulla base di queste notizie possiamo stare tutti più tranquilli. Intanto si deve precisare che le centraline misurano solo alcuni degli inquinanti che la combustione del carbone produce. Non misurano mercurio, arsenico, piombo, nichel, diossine, policlorobifenili (pcb), idrocarburi policiclici aromatici (ipa), sostanze radioattive come il polonio. Di tutte queste sostanze sappiamo ancora molto poco a Brindisi, mentre sappiamo molto da studi condotti in altre nazioni anche circa i loro effetti negativi sulle popolazioni residenti nei pressi delle centrali a carbone.
Bisogna studiare e ricercare di più. Mi sono esercitato in un problema di aritmetica ma non so se l’ho svolto bene. È un problema sul mercurio. Su 8 milioni di tonnellate di carbone transitate annualmente nel nostro porto, assumendo che in ogni kg di carbone ci possono essere mediamente 0,3 mg di Mercurio (ma anche di più o di meno, ma questo dovrebbe essere stabilito con apposite analisi), nelle centrali brindisine sono entrate annualmente 2400 tonnellate di mercurio. Nelle autodichiarazioni aziendali si legge che per il 2005, in aria sono stati emessi 50 kg di mercurio e 2,7 Kg in acqua. Cioè appena il 2 per mille del mercurio presente nel carbone. Un vero successo della captazione o una mia grave carenza in matematica?

Noi siamo contenti che l'ARPA controlli oggi più di ieri e siamo fiduciosi che controllerà sempre meglio, perché gli inquinanti da controllare sono ancora tanti, molti di più di quelli di cui si è interessata la commissione ambiente dell'Unione Regionale delle Province il 21 giugno scorso a Brindisi.

mercoledì 30 giugno 2010

SANITA': I TAGLI NON SERVONO SENZA UNA POLITICA SANITARIA ANTICONSUMISTICA


All'inizio del decennio scorso il governo regionale si trovò ad affrontare un importante deficit e mise in atto un blocco totale di acquisti ed assunzioni che durò circa quattro anni. A questo si aggiunse la cura dimagrante dei posti letto negli ospedali e la loro parziale chiusura. A dieci anni di distanza, per fronteggiare un deficit di pari dimensioni ma con un budget sanitario nel frattempo quasi raddoppiato, le misure che probabilmente verranno messe in campo richiamano quelle della prima potatura.
La Puglia "migliore" avrebbe meritato qualcosa di più!
Con ciò non si vuol dire che nulla sia cambiato in questi anni. Alcuni costi sono cresciuti notevolmente come quelli della medicina di base, della riabilitazione e della farmaceutica, si è introdotta nuova tecnologia, nuovi servizi alle disabilità sono ora disponibili. Però la gente continua a migrare per curarsi, l’accesso alle prestazioni è difficile, il cittadino spesso deve pagare da sé esami e cure. Ma oltre questi aspetti funzionali, quale è l’efficacia della nostra sanità? I risultati delle cure sono paragonabile agli standard internazionali? La salute della popolazione è migliorata o peggiorata? Purtroppo il problema della spesa e del suo contenimento rimane sempre in primo piano ed i rimedi sono sempre gli stessi, cioè tagli e ridimensionamenti. Non sono contro i tagli e neppure contro la chiusura di alcuni ospedali.. Ma ciò che soprattutto mi pare manchi oggi, come dieci anni fa, è una politica che contrasti il consumismo sanitario. Una politica che controbilanci la pervasività dell’industria farmaceutica e biomedica e che metta in condizioni il servizio sanitario di confrontarsi con essa in situazione di parità, anche attuando la sospensione temporanea della informazione scientifica industriale negli ambulatori medici. Una politica che renda trasparenti, cioè noti ai cittadini, i rapporti tra industria farmaceutica e servizio sanitario (non solo medici), crei una forte informazione pubblica sui farmaci anche con campagne pubblicitarie, informi i cittadini e gli operatori sanitari sui rischi di cancro che possono derivare ai pazienti da una diagnostica radiologica inappropriata, valuti criticamente le proposte di campagne vaccinali prima che siano dichiarate di dubbia efficacia dagli stessi proponenti. E ancora, privilegi la prevenzione primaria attraverso stretti controlli su acqua ed alimenti. Bandisca l’uso dei pesticidi. Informatizzi le cartelle cliniche per evitare ai cittadini ripetizioni di esami e inutili peregrinazioni. Misuri i risultati delle cure e valuti l’operato dei medici su di essi e non sulla quantità di prestazioni erogate. Un sistema sanitario, in altri termini, che paghi la salute e non la malattia.
Questa rivoluzione culturale in sanità, che un’area minoritaria ma sempre più consapevole, da tempo propone e non solo in questa regione, sarebbe proprio necessaria per migliorare la salute dei cittadini e per evitare che fra dieci anni ci si ritrovi a dover proporre ad una popolazione più malata i tagli ed i ritagli di oggi.

venerdì 25 giugno 2010

IL DIRETTORE GENERALE IMMAGINARIO


Il mio libro su La Sanità Malata (Glocaleditrice 2008) mi ha reso tanto famoso nel mondo sanitario pugliese da rendermi visibile anche dove non sono mai stato. Sia Repubblica che la Gazzetta del Mezzorgiono mi hanno dato presente lunedì 21 giugno scorso all'esame per direttore generale organizzato dalla Giunta Regionale Pugliese del Presidente NIchi Vendola. Nichi Vendola ha il merito, nella società della comunicazione, di aver reso la Puglia interessante per l'opinione pubblica nazionale. Omossessuale dichiarato, cattolico, di sinistra estrema, il nostro Presidente ha rivinto le elezioni 2010 contro un centro destra spaccato in due e dopo una bufera giudiziaria che ha colpito la sua giunta e la sanità, sulla promessa della cui riforma aveva vinto, contro ogni previsione, le elezioni del 2005. Sull'onda di quella vittoria mi ero messo in gioco ed ero stato nominato direttore generale di una ASL. Ma dopo due anni, prima venivo spostato ad altro incarico, poi mi dimettevo. Il perchè è tutto nel mio libro del 2008 (non è più in libreria ma potete richiedermelo). Ma perchè ne riparlo? Perchè le dimissioni ed il libro hanno fatto di me un personaggio mediatico che non c'è più nella realtà ma vive nel mondo dell'informazione.
Qualche mese fa pare che la Regione Puglia abbia riaperto i termini per presentare le domande per direttore generale. Dopo alcune settimane un amico mi ha chiamato al telefono "Sei ancora nell'elenco", mi ha detto, "Hai fatto la domanda!!!". Ed io a spiegargli che non avevo fatto nessuna domanda. Mi è stato persino detto che qualche funzionario regionale ha giurato di avermi visto presentare la domanda. Ora che gli "elencati" aspiranti sono stati convocati alla Fiera del Levante per l'esamino, tutti mi hanno rivisto lì. Ma io ero in ospedale come ogni giorno, nel servizio di radioterapia. Ho mandato qualche email, ho scritto sui siti dei giornali per smentire. Ma niente da fare. Per cui ho deciso che accetterò il nuovo incarico, quello di "direttore generale immaginario". Potenza dei media. Daltronde, se un Presidente "di sinistra" può fare una politica di destra continuando ad essere considerato "di sinistra", perchè io non potrei fare il "direttore generale immaginario" continuando a fare tutt'altro? Magari potrei anche immaginare una sanità che non esiste e far credere che sia vera. Potenza dei media.





mercoledì 23 giugno 2010

QUANDO LA SALUTE NON DIPENDE DAGLI OSPEDALI

Una singolare notizia di salute è circolata in questi giorni tra gli addetti ai lavori. Si è svolto nell’isola di Lipari l’ XI Congresso Siculo-Calabro della Società italiana di Igiene, Medicina preventiva e Sanità pubblica, dove è stato presentato lo studio sull’organizzazione sanitaria nelle isole minori italiane che tra poco saranno prese d’assalto in vista della stagione turistica.

In queste isole si nasce di più, si muore meno ma non si riescono a rispettare i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) soprattutto riguardo interventi urgenti e prevenzione terziaria per malattie croniche come diabete e tumori. Nelle 46 isole minori italiane (divise in 36 comuni di 7 regioni e con solo 8 ospedali) la distribuzione d’età è sovrapponibile a quella nazionale, la natalità è in crescita (9,5 per 1000 contro 9 per 1000 in Italia) mentre la mortalità è più bassa rispetto a quella nazionale (9,2 contro 10,6). L’efficacia degli interventi sanitari, come dimostrano le esperienze dei “cerchi concentrici” delle isole greche e delle Orcadi (in cui un’isola baricentrica nell’ambito di un arcipelago funziona da capofila), dipende dai sistemi di trasporto e dallo sviluppo delle nuove tecnologie come la telemedicina.

Il succo mi sembra questo: anche se non c’è l’assistenza sanitaria disponibile in una grande città, nelle isole italiane si nasce di più e si vive più a lungo. Se c’è una patologia che richiede una cura complessa (tumori, cardiopatie ecc) bisogna spostarsi. È un po’ quello che succede in tutto il Sud d’Italia. Al Sud si vive meglio che al Nord ma se ti ammali sono affari tuoi. Verrebbe istintivo chiedere allora più servizi sanitari, più ospedali, più medicina insomma. È quello che emerge anche dal dibattito nostrano sugli ospedali da chiudere. I politici fanno a gara per spararla grossa, qualcuno fa i calcoli sui posti letto, ma nessuno prende il toro per le corna. Nessuno lancia una campagna di studio sullo stato di salute della popolazione, rispetto alle diverse fonti di rischio. Solo dopo aver fatto ciò si può stabilire cosa serve in termini di prevenzione primaria e terziaria. La prima evita che le malattie insorgano, la seconda cura quelle già insorte. Ma per curare le malattie gravi del nostro tempo servono pochi ospedali, con molto personale e tecnologia complessa e costosa. Potremo averli anche qui senza rinunciare ai molti ospedali di basso livello presenti nella nostra regione? Non credo. I soldi disponibili per gli ospedali, circa la metà del budget per la sanità, vanno spesi meglio: un buon sistema di emergenza e pochi centri di eccellenza. Ma per fare questo bisogna scontrarsi con le corporazioni degli operatori che non vogliono cambiare abitudini e perdere privilegi. Non è vero che i cittadini vogliono l’ospedale sotto casa. I cittadini quando stanno male sono disposti a fare, e non da ora, anche migliaia di chilometri per curarsi.

Partiamo dalla salute e non dagli interessi degli operatori, una volta tanto.

domenica 23 maggio 2010

LA SALUTE DEI BAMBINI ED I PESTICIDI





I pediatri canadesi hanno lanciato un documentato allarme sugli effetti dei pesticidi nei bambini divulgando uno studio condotto da un ente di ricerca americano.
Il Consiglio Nazionale della Ricerca e Accademia di Scienza degli Stati Uniti ha, infatti, ricevuto l’incarico di studiare le implicazioni politiche e scientifiche riguardanti i pesticidi nella dieta di bambini e ragazzi. Ecco le conclusioni a riguardo. “La quantità e la varietà di pesticidi oggi usate è di gran lunga maggiore che in ogni altro periodo della storia.
Esistono differenze qualitative e quantitative nella tossicità dei pesticidi tra adulti e ragazzi. Bambini e ragazzi possono sviluppare effetti tossici per quantità molto piccole per il loro differente metabolismo, il maggiore assorbimento, diete con maggiore concentrazione di alcuni prodotti contenenti elevate quantità di pesticidi e possono riportare effetti di tipo neurologico, comportamentale, endocrinologico ed oncologico che non sono visibili nell’adulto, a causa delle esposizioni in utero e durante alcune fasi dello sviluppo.
La tolleranza costituisce la più importante modalità con cui i livelli massimi ammissibili di pesticidi residui negli alimenti sono determinati. Le concentrazioni tollerate sono basate soprattutto sui risultati di studi condotti dai produttori di pesticidi e sono concepiti rispetto alla più elevata concentrazione residua dopo un uso normale in agricoltura. La tolleranza non è basata principalmente su considerazioni sanitarie. I medici ed i ricercatori devono assicurare che i levelli massimi ammissibili siano basati su considerazioni sanitarie sia per i livelli trovati nelle fonti di alimenti che quelle conseguentemente trovate nell’acqua e nel terreno.
L’attuale sistema regolatorio guarda solo alle esposizioni medie dell’intera popolazione. Di conseguenze variazioni nell’esposizione da dieta a pesticidi ed i rischi per la salute correlati all’età ed ad altri fattori come l’area geografica e la razza non sono considerati. La dieta è un’importante fonte di esposizione ai pesticidi.
I bambini possono contaminarsi attraverso la cute giocando su terreni in cui sono stati impiegati pesticidi. Nei lavoratori dell’agricoltura sono stati rinvenuti livelli di pesticidi nell’organismo molto elevato per un processo di accumulo, ed un rischio di sviluppare sarcomi delle parti molli e linfomi non-hodgkin superiori al resto della popolazione.
Nei cibi possono trovarsi residui di numerosi pesticidi ciascuno dei quali è ritenuto nei livelli ammissibili ma il loro effetto concorrente non è tenuto in considerazione.”
La Commissine conclude invitando le autorità a condurre controlli molto stretti sui residui di pesticidi negli alimenti, nel suolo e nell’acqua. Quest’ultima è di gran lunga più assunta da un bambino rispetto ad un adulto in rapporto al peso corporeo.
I medici sono invitati ad essere molto accorti sugli effetti acuti e cronici dell’applicazione locale a mezzo spray, le applicazioni domestiche e quelle nei cibi. Ad educare i pazienti circa i pericoli per la salute associati ai pesticidi. Ad incoraggiare le alternative ai pesticidi.
Come l’uso di prodotti organici ed il trattamento in modo alternativo dei prati. Incoraggiare le autorità locali a proibire l’esposizione delle persone ai cittadini. A questo riguardo la città di Cootie St. Luc, vicino Montreal (Canada) ha vietato con una legge locale l’uso dei pesticidi.

È poi proprio di qualche giorno fa la pubblicazione sulla prestigiosa rivista medica internazionale Pediatrics di un lavoro condotto da ricercatori della Harvard University di Boston (USA), che hanno intervistato le famiglie di 1139 bamabini, hanno misurato residui di pesticidi organofosforici nelle loro urine ed hanno trovato che a livelli di pesticidi 10 volte superiori in alcuni casi era associato ad un rischio di disturbi dell’attenzione/disordine di iperreattività più frequente del 55%.

Ma come stanno le cose dalle nostre parti? Le relazioni sullo stato di salute della ASL locale, nel 2000 e nel 2006, non riportano, perché mancanti, i dati sui consumi di pesticidi. Nel bilancio di esercizio della ASL di Brindisi del 2009, recentemente pubblicato, il dipartimento di prevenzione denuncia alcune centinaia di controlli sugli alimenti che sono risultati tutti nella norma. Le cronache di qualche anno fa, durante un’estate particolarmente calda, hanno riportato diversi episodi di intossicazione di braccianti durante l’attività di irrorazione con pesticidi.
Alla luce di queste chiare evidenze scientifiche, siamo forse di fronte ad una situazione che merita un serio approfondimento.




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domenica 9 maggio 2010

OCCHIO ALLE VACCINAZIONI

A Busto Arsizio (Varese), un giudice per la prima volta in Italia, ha riconosciuto la possibilità di un nesso causa-effetto tra vaccinazione e autismo. «Mancando la prova di altre cause concomitanti, c’è una ragionevole probabilità che ciò sia avvenuto», ha detto in buona sostanza il tribunale di Busto, condannando il Ministero della Salute a risarcire i genitori di un bambina di Gallarate che aveva sviluppato problemi di autismo proprio in seguito a una vaccinazione obbligatoria (era un’antipolio), secondo quanto prescritto dalla legge 210 del 1992 che risarcisce appunto i danni causati da vaccini. Sentenza clamorosa. Non solo perché i danni da vaccino sono contestati dall’establishment ufficiale, i cui rapporti con le case farmaceutiche sono tutt’altro che limpidi ed esenti da conflitti di interesse, ma soprattutto perché il Tribunale di Busto, nell’emettere la
sentenza, ha contraddetto persino il suo stesso consulente tecnico che aveva espresso parere contrario. «Ci muoviamo su di un vero e proprio campo minato», avverte Saverio Crea, avvocato di Firenze, uno dei legali che ha difeso in giudizio il diritto al risarcimento.
Non è il solo caso riconosciuto da un giudice, ce ne è stato un altro in Lombardia. Esiste un’associazione che si chiama CONDAV (Coordinamento nazionale dei danneggiati da Vaccino), alla quale aderiscono anche molti militari ammalatisi per l’uranio impoverito, ma molto più probabilmente per un cocktail di vaccini,.
I medici che lavorano con questo coordinamento sostengono che non tutti i casi di autismo sono attribuibili ai vaccini ed al mercurio in esso contenuto fino ad un certo periodo come disinfettante. Ma anche a reazioni anomale e prolungate ai vaccini, che persistono per molti anni dopo ed i cui segni sono rivenibili nel sangue dei piccoli pazienti, nei quali compaiono altre malattie.
«In molti casi, non in tutti ma la gran parte, c’entrano i vaccini. A volte gli eccipienti,
a volte gli stessi antigeni virali. Questo lo si vede bene dagli esami del sangue. Vengono genitori che riferiscono di disturbi comparsi ‘dopo la vaccinazione’. Tutte le istituzioni questo lo negano. Ci sono medici che dicono ‘potrebbe essere stato’, ma non lo registrano sulle cartelle. É un dato che viene omesso, sempre. Da questi esami, che servono proprio per valutare la reazione anticorpale a un determinato vaccino, si rilevano reazioni anomale. Risposte eccessive a quel vaccino, anche a distanza di dieci anni dalla vaccinazione». Se uno ha fatto la vaccinazione al morbillo dieci anni prima, la reazione dovrebbe essere bassa o comunque entro certi limiti. Invece i valori sono esagerati, non giustificati. I medici dicono: ‘buon per lui, è ancora protetto…’. E non si pongono il perché. Per noi invece una risposta esagerata e prolungata nel tempo è il due più due: se c’è una reazione, il pensiero è che c’entrino direttamente questi virus o i loro eccipienti». Ma ci sono anche altre malattia infantili in spaventoso aumento «Per esempio il diabete precoce infantile che è una malattia auto-immune. É aumentata anche questa notevolmente e sono state ipotizzate pure qui cause vaccinali, tutte ricollegabili all’introduzione della profilassi contro l’epatite B.
E possono rientrarci encefalopatie, problemi spastici e paralisi. É chiaro che si creano squilibri nel sistema immunitario. Sono violenze a un sistema che non è preparato, pronto, per ingressi di materiale genetico esterno così a sorpresa».
Quando si sottopongono i bambini alle vaccinazioni obbligatorie, si chiede ai genitori di firmare il consenso informato, ma queste possibili gravi conseguenze non sono riporatate perché non sono riconosciute dalla comunità scientifica, per cui, che consenso informato è?
C’è una pressione mediatica troppo forte verso le vaccinazioni. L’abbiamo vista nei mesi scorsi per l’influenza ed anche per l’infezione da HPV, che in Danimarca non è stata adottata in quanto quel governo ha ritenuto troppo poco convincenti le evidenze sulla sua capacità di ridurre le già scarse (almeno nel mondo occidentale) morti per cancro alla cervice. Un tumore che può essere curato se diagnosticato precocemente con il Pap test. Ci sarebbe cioè una sproporzione tra il numero di persone esposte al vaccino ed il presunto numero di vite salvate.




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sabato 1 maggio 2010

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE VENDOLA DA UNA FAMIGLIA VITTIMA DEL PETROLCHIMICO DI BRINDISI

OGGI NON PARLO IO, FACCIO PARLARE UNA VITTIMA DEL PETROLCHIMICO DI BRINDISI


Egregio Presidente della Regione Puglia
On Nichi Vendola,

mi chiamo Rosangela Chirico, sono nata 41 anni fa a Ceglie Messapica, dove abito e cerco di guadagnarmi da vivere facendo l’artista. 13 anni fa mio padre Donato è deceduto per un Cancro al fegato. Aveva lavorato per oltre 20 anni al petrolchimico di Brindisi, dove aveva inalato il Cloruro di Vinile Monomero (CVM). Alla fine degli anni ‘90 la Procura della Repubblica di Brindisi aveva aperto un’inchiesta per le morti e le malattie di decine e decine di lavoratori come mio padre, ma nel 2004 ha deciso l’archiviazione del procedimento per le ipotesi di reato contro le persone. Con i familiari delle vittime, riunite nel movimento “Vittime del Petrolchimico” e con il sostegno di Medicina Democratica, dovemmo fare diversi sit-in in piazza a Brindisi ed anche davanti al Tribunale per ottenere che l’archiviazione, annunciata in TV circa un anno prima, fosse notificata alle parti lese per poter fare opposizione. Ma nonostante le evidenze scientifiche, compreso un pronunciamento della IARC (International Agency for the Research on Cancer) che nel 2007 ha incluso gli epatocarcinomi del fegato tra i tumori provocati dal CVM, il Giudice per le indagini Preliminari ha archiviato le accuse.
In sede civile è in corso un procedimento di risarcimento che riguarda mio padre, è in corso da oltre 10 anni. Di recente, dopo il deposito di una perizia di ufficio e delle controdeduzioni, la causa è stata aggiornata al 2012.
Non pretendo di avere ragione a tutti i costi ma chiedo di avere risposte scientificamente fondate e in tempi ragionevoli. La mia famiglia con le altre confidava nella magistratura, almeno nei suoi poteri di indagine grazie soltanto ai quali oggi si effettuano ricerche epidemiologiche perché le ASL in Puglia non producono studi sugli effetti delle esposizioni nocive né sulle popolazioni né sui lavoratori.
Due anni fa alcune Associazioni (Medicina Democratica e Salute Pubblica) si rivolsero a Lei per ottenere che gli Enti Regionali che hanno i dati (ASL, ARPA, Osservatorio Epidemiologico) rianalizzassero le coorti del Petrolchimico di Manfredonia e Brindisi. La Procura della Repubblica di Venezia lo ha fatto ed ha dimostrato che lì sono morti 80 lavoratori in più rispetto ad i loro compagni impiegati negli uffici.
Un Senatore della Repubblica, il Prof Antonio Gaglione, ha rivolto una interrogazione al Ministro della Salute, il quale ha risposto, evidentemente dopo essersi consultato con l’Istituto Superiore di Sanità, detentore dei dati di quelle coorti di lavoratori, che la ri-analisi non serve perché non si deve dimostrare nient’altro.
Il 30 aprile si apre a Bari il processo di appello per i morti e le malattie al Petrolchimico di Manfredonia (almeno lì un processo si è fatto ed un appello si sta facendo).
Non mi risulta che la richiesta di riesaminare le coorti dei lavoratori abbia trovato accoglienza da parte della Regione. Eppure il Direttore dell’ARPA, professore Assennato, aveva offerto la sua disponibilità dal momento che i dati di Brindisi sono in suo possesso.
Mi sembra di sentire già le voci di quanti considerano queste questioni “acqua passata”. E invece credo che l’entità dei danni non è stata neppure minimamente ricercata per una assurda volontà di occultamento, come se oltre il danno subito ed il tributo di vite umane pagato, si debba stare in silenzio, senza pretesa di risarcimento e pronti ad accogliere altre stragi, quelle future e quelle in corso (quando si studierà la coorte di Taranto?).
Ma questa conoscenza non serve solo a dare dignità alla nostra terra, ma anche a dare una possibilità di successo alle famiglie di chi non c’è più negli estenuanti giudizi contro l’INAIL e le proprietà degli impianti che si dissolvono col tempo in mille passaggi societari.
Egregio Presidente, questa storia, per quanto mi riguarda e credo per quanto riguarda tanta gente, non sarà mai “acqua passata”, non solo perché interessa migliaia di famiglie, ma perché riguarda la dignità di una Regione che si vuole, nonostante tutto, “migliore”.

In attesa di un cortese e pubblico riscontro Le porgo distinti saluti.

ROSANGELA CHIRICO


30 aprile 2010



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