domenica 23 maggio 2010

LA SALUTE DEI BAMBINI ED I PESTICIDI





I pediatri canadesi hanno lanciato un documentato allarme sugli effetti dei pesticidi nei bambini divulgando uno studio condotto da un ente di ricerca americano.
Il Consiglio Nazionale della Ricerca e Accademia di Scienza degli Stati Uniti ha, infatti, ricevuto l’incarico di studiare le implicazioni politiche e scientifiche riguardanti i pesticidi nella dieta di bambini e ragazzi. Ecco le conclusioni a riguardo. “La quantità e la varietà di pesticidi oggi usate è di gran lunga maggiore che in ogni altro periodo della storia.
Esistono differenze qualitative e quantitative nella tossicità dei pesticidi tra adulti e ragazzi. Bambini e ragazzi possono sviluppare effetti tossici per quantità molto piccole per il loro differente metabolismo, il maggiore assorbimento, diete con maggiore concentrazione di alcuni prodotti contenenti elevate quantità di pesticidi e possono riportare effetti di tipo neurologico, comportamentale, endocrinologico ed oncologico che non sono visibili nell’adulto, a causa delle esposizioni in utero e durante alcune fasi dello sviluppo.
La tolleranza costituisce la più importante modalità con cui i livelli massimi ammissibili di pesticidi residui negli alimenti sono determinati. Le concentrazioni tollerate sono basate soprattutto sui risultati di studi condotti dai produttori di pesticidi e sono concepiti rispetto alla più elevata concentrazione residua dopo un uso normale in agricoltura. La tolleranza non è basata principalmente su considerazioni sanitarie. I medici ed i ricercatori devono assicurare che i levelli massimi ammissibili siano basati su considerazioni sanitarie sia per i livelli trovati nelle fonti di alimenti che quelle conseguentemente trovate nell’acqua e nel terreno.
L’attuale sistema regolatorio guarda solo alle esposizioni medie dell’intera popolazione. Di conseguenze variazioni nell’esposizione da dieta a pesticidi ed i rischi per la salute correlati all’età ed ad altri fattori come l’area geografica e la razza non sono considerati. La dieta è un’importante fonte di esposizione ai pesticidi.
I bambini possono contaminarsi attraverso la cute giocando su terreni in cui sono stati impiegati pesticidi. Nei lavoratori dell’agricoltura sono stati rinvenuti livelli di pesticidi nell’organismo molto elevato per un processo di accumulo, ed un rischio di sviluppare sarcomi delle parti molli e linfomi non-hodgkin superiori al resto della popolazione.
Nei cibi possono trovarsi residui di numerosi pesticidi ciascuno dei quali è ritenuto nei livelli ammissibili ma il loro effetto concorrente non è tenuto in considerazione.”
La Commissine conclude invitando le autorità a condurre controlli molto stretti sui residui di pesticidi negli alimenti, nel suolo e nell’acqua. Quest’ultima è di gran lunga più assunta da un bambino rispetto ad un adulto in rapporto al peso corporeo.
I medici sono invitati ad essere molto accorti sugli effetti acuti e cronici dell’applicazione locale a mezzo spray, le applicazioni domestiche e quelle nei cibi. Ad educare i pazienti circa i pericoli per la salute associati ai pesticidi. Ad incoraggiare le alternative ai pesticidi.
Come l’uso di prodotti organici ed il trattamento in modo alternativo dei prati. Incoraggiare le autorità locali a proibire l’esposizione delle persone ai cittadini. A questo riguardo la città di Cootie St. Luc, vicino Montreal (Canada) ha vietato con una legge locale l’uso dei pesticidi.

È poi proprio di qualche giorno fa la pubblicazione sulla prestigiosa rivista medica internazionale Pediatrics di un lavoro condotto da ricercatori della Harvard University di Boston (USA), che hanno intervistato le famiglie di 1139 bamabini, hanno misurato residui di pesticidi organofosforici nelle loro urine ed hanno trovato che a livelli di pesticidi 10 volte superiori in alcuni casi era associato ad un rischio di disturbi dell’attenzione/disordine di iperreattività più frequente del 55%.

Ma come stanno le cose dalle nostre parti? Le relazioni sullo stato di salute della ASL locale, nel 2000 e nel 2006, non riportano, perché mancanti, i dati sui consumi di pesticidi. Nel bilancio di esercizio della ASL di Brindisi del 2009, recentemente pubblicato, il dipartimento di prevenzione denuncia alcune centinaia di controlli sugli alimenti che sono risultati tutti nella norma. Le cronache di qualche anno fa, durante un’estate particolarmente calda, hanno riportato diversi episodi di intossicazione di braccianti durante l’attività di irrorazione con pesticidi.
Alla luce di queste chiare evidenze scientifiche, siamo forse di fronte ad una situazione che merita un serio approfondimento.




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domenica 9 maggio 2010

OCCHIO ALLE VACCINAZIONI

A Busto Arsizio (Varese), un giudice per la prima volta in Italia, ha riconosciuto la possibilità di un nesso causa-effetto tra vaccinazione e autismo. «Mancando la prova di altre cause concomitanti, c’è una ragionevole probabilità che ciò sia avvenuto», ha detto in buona sostanza il tribunale di Busto, condannando il Ministero della Salute a risarcire i genitori di un bambina di Gallarate che aveva sviluppato problemi di autismo proprio in seguito a una vaccinazione obbligatoria (era un’antipolio), secondo quanto prescritto dalla legge 210 del 1992 che risarcisce appunto i danni causati da vaccini. Sentenza clamorosa. Non solo perché i danni da vaccino sono contestati dall’establishment ufficiale, i cui rapporti con le case farmaceutiche sono tutt’altro che limpidi ed esenti da conflitti di interesse, ma soprattutto perché il Tribunale di Busto, nell’emettere la
sentenza, ha contraddetto persino il suo stesso consulente tecnico che aveva espresso parere contrario. «Ci muoviamo su di un vero e proprio campo minato», avverte Saverio Crea, avvocato di Firenze, uno dei legali che ha difeso in giudizio il diritto al risarcimento.
Non è il solo caso riconosciuto da un giudice, ce ne è stato un altro in Lombardia. Esiste un’associazione che si chiama CONDAV (Coordinamento nazionale dei danneggiati da Vaccino), alla quale aderiscono anche molti militari ammalatisi per l’uranio impoverito, ma molto più probabilmente per un cocktail di vaccini,.
I medici che lavorano con questo coordinamento sostengono che non tutti i casi di autismo sono attribuibili ai vaccini ed al mercurio in esso contenuto fino ad un certo periodo come disinfettante. Ma anche a reazioni anomale e prolungate ai vaccini, che persistono per molti anni dopo ed i cui segni sono rivenibili nel sangue dei piccoli pazienti, nei quali compaiono altre malattie.
«In molti casi, non in tutti ma la gran parte, c’entrano i vaccini. A volte gli eccipienti,
a volte gli stessi antigeni virali. Questo lo si vede bene dagli esami del sangue. Vengono genitori che riferiscono di disturbi comparsi ‘dopo la vaccinazione’. Tutte le istituzioni questo lo negano. Ci sono medici che dicono ‘potrebbe essere stato’, ma non lo registrano sulle cartelle. É un dato che viene omesso, sempre. Da questi esami, che servono proprio per valutare la reazione anticorpale a un determinato vaccino, si rilevano reazioni anomale. Risposte eccessive a quel vaccino, anche a distanza di dieci anni dalla vaccinazione». Se uno ha fatto la vaccinazione al morbillo dieci anni prima, la reazione dovrebbe essere bassa o comunque entro certi limiti. Invece i valori sono esagerati, non giustificati. I medici dicono: ‘buon per lui, è ancora protetto…’. E non si pongono il perché. Per noi invece una risposta esagerata e prolungata nel tempo è il due più due: se c’è una reazione, il pensiero è che c’entrino direttamente questi virus o i loro eccipienti». Ma ci sono anche altre malattia infantili in spaventoso aumento «Per esempio il diabete precoce infantile che è una malattia auto-immune. É aumentata anche questa notevolmente e sono state ipotizzate pure qui cause vaccinali, tutte ricollegabili all’introduzione della profilassi contro l’epatite B.
E possono rientrarci encefalopatie, problemi spastici e paralisi. É chiaro che si creano squilibri nel sistema immunitario. Sono violenze a un sistema che non è preparato, pronto, per ingressi di materiale genetico esterno così a sorpresa».
Quando si sottopongono i bambini alle vaccinazioni obbligatorie, si chiede ai genitori di firmare il consenso informato, ma queste possibili gravi conseguenze non sono riporatate perché non sono riconosciute dalla comunità scientifica, per cui, che consenso informato è?
C’è una pressione mediatica troppo forte verso le vaccinazioni. L’abbiamo vista nei mesi scorsi per l’influenza ed anche per l’infezione da HPV, che in Danimarca non è stata adottata in quanto quel governo ha ritenuto troppo poco convincenti le evidenze sulla sua capacità di ridurre le già scarse (almeno nel mondo occidentale) morti per cancro alla cervice. Un tumore che può essere curato se diagnosticato precocemente con il Pap test. Ci sarebbe cioè una sproporzione tra il numero di persone esposte al vaccino ed il presunto numero di vite salvate.




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sabato 1 maggio 2010

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE VENDOLA DA UNA FAMIGLIA VITTIMA DEL PETROLCHIMICO DI BRINDISI

OGGI NON PARLO IO, FACCIO PARLARE UNA VITTIMA DEL PETROLCHIMICO DI BRINDISI


Egregio Presidente della Regione Puglia
On Nichi Vendola,

mi chiamo Rosangela Chirico, sono nata 41 anni fa a Ceglie Messapica, dove abito e cerco di guadagnarmi da vivere facendo l’artista. 13 anni fa mio padre Donato è deceduto per un Cancro al fegato. Aveva lavorato per oltre 20 anni al petrolchimico di Brindisi, dove aveva inalato il Cloruro di Vinile Monomero (CVM). Alla fine degli anni ‘90 la Procura della Repubblica di Brindisi aveva aperto un’inchiesta per le morti e le malattie di decine e decine di lavoratori come mio padre, ma nel 2004 ha deciso l’archiviazione del procedimento per le ipotesi di reato contro le persone. Con i familiari delle vittime, riunite nel movimento “Vittime del Petrolchimico” e con il sostegno di Medicina Democratica, dovemmo fare diversi sit-in in piazza a Brindisi ed anche davanti al Tribunale per ottenere che l’archiviazione, annunciata in TV circa un anno prima, fosse notificata alle parti lese per poter fare opposizione. Ma nonostante le evidenze scientifiche, compreso un pronunciamento della IARC (International Agency for the Research on Cancer) che nel 2007 ha incluso gli epatocarcinomi del fegato tra i tumori provocati dal CVM, il Giudice per le indagini Preliminari ha archiviato le accuse.
In sede civile è in corso un procedimento di risarcimento che riguarda mio padre, è in corso da oltre 10 anni. Di recente, dopo il deposito di una perizia di ufficio e delle controdeduzioni, la causa è stata aggiornata al 2012.
Non pretendo di avere ragione a tutti i costi ma chiedo di avere risposte scientificamente fondate e in tempi ragionevoli. La mia famiglia con le altre confidava nella magistratura, almeno nei suoi poteri di indagine grazie soltanto ai quali oggi si effettuano ricerche epidemiologiche perché le ASL in Puglia non producono studi sugli effetti delle esposizioni nocive né sulle popolazioni né sui lavoratori.
Due anni fa alcune Associazioni (Medicina Democratica e Salute Pubblica) si rivolsero a Lei per ottenere che gli Enti Regionali che hanno i dati (ASL, ARPA, Osservatorio Epidemiologico) rianalizzassero le coorti del Petrolchimico di Manfredonia e Brindisi. La Procura della Repubblica di Venezia lo ha fatto ed ha dimostrato che lì sono morti 80 lavoratori in più rispetto ad i loro compagni impiegati negli uffici.
Un Senatore della Repubblica, il Prof Antonio Gaglione, ha rivolto una interrogazione al Ministro della Salute, il quale ha risposto, evidentemente dopo essersi consultato con l’Istituto Superiore di Sanità, detentore dei dati di quelle coorti di lavoratori, che la ri-analisi non serve perché non si deve dimostrare nient’altro.
Il 30 aprile si apre a Bari il processo di appello per i morti e le malattie al Petrolchimico di Manfredonia (almeno lì un processo si è fatto ed un appello si sta facendo).
Non mi risulta che la richiesta di riesaminare le coorti dei lavoratori abbia trovato accoglienza da parte della Regione. Eppure il Direttore dell’ARPA, professore Assennato, aveva offerto la sua disponibilità dal momento che i dati di Brindisi sono in suo possesso.
Mi sembra di sentire già le voci di quanti considerano queste questioni “acqua passata”. E invece credo che l’entità dei danni non è stata neppure minimamente ricercata per una assurda volontà di occultamento, come se oltre il danno subito ed il tributo di vite umane pagato, si debba stare in silenzio, senza pretesa di risarcimento e pronti ad accogliere altre stragi, quelle future e quelle in corso (quando si studierà la coorte di Taranto?).
Ma questa conoscenza non serve solo a dare dignità alla nostra terra, ma anche a dare una possibilità di successo alle famiglie di chi non c’è più negli estenuanti giudizi contro l’INAIL e le proprietà degli impianti che si dissolvono col tempo in mille passaggi societari.
Egregio Presidente, questa storia, per quanto mi riguarda e credo per quanto riguarda tanta gente, non sarà mai “acqua passata”, non solo perché interessa migliaia di famiglie, ma perché riguarda la dignità di una Regione che si vuole, nonostante tutto, “migliore”.

In attesa di un cortese e pubblico riscontro Le porgo distinti saluti.

ROSANGELA CHIRICO


30 aprile 2010



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mercoledì 28 aprile 2010

CURARSI FUORI DALLA PUGLIA


Non riesco ancora ad immaginare di cosa parlino i Sindaci della nostra provincia quando si incontrano per discutere dei problemi della ASL. Potrei leggere i verbali delle Conferenze dei Sindaci (anzi potrebbero essere pubblicati sulla rete), ma non ne ho il tempo. Ugualmente mi è difficile fare pensando ai consiglieri regionali che si aggirano nei palazzi della sanità, qui come a Bari. Perché guardando un po' di numeri si osserva che su 88 mila ricoveri ospedalieri di nostri residenti nel 2008, 25 mila avvengono in strutture fuori ASL e di questi più di 5mila fuori regione. Se si indagano le motivazioni di questi ultimi, il 13% è per tumori, il 13% per malattie ortopediche, il 12% per malattie del sistema nervoso, l'11% per malattie del cuore, il 6% per malattie dell'apparato digerente il 5% per malattie endocrina. In apparenza si tratta di malattie che potrebbero essere ben curate in Puglia. Ma si vede che così non è. Una conseguenza della scelta di curarsi fuori ASL e fuori Regione è la perdita di risorse finanziarie. Nel 2008 solo per i ricoveri ospedalieri la perdita è stata di 81 milioni, 61 per i ricoveri in altre ASL della Regione, 19 in altre regioni, parzialmente compensata dai 30 milioni dei ricoveri di residenti in altre ASL che sono venuti nei nostri ospedali, per cui alla fine la perdita è stata di 50 milioni, quasi il 10% del budget annuale della ASL di Brindisi. Con 50 milioni si comprano, per avere un'idea, 50 risonanze magnetiche, più di 50 TAC, centinaia di broncoscopie ( a Brindisi ancora non si può eseguire), ecc, ecc. La Regione ha istituito un Osservatorio sulla Mobilità Passiva da dove dovrebbero venire indicazioni per i rimedi a questa emorragia di risorse. In realtà, a mio parere, una cosa intelligente da realizzare è chiedere ad un campione dei diretti interessati come mai, pur avendo a disposizione delle strutture sanitarie che si occupavano delle loro malattie nella propria Regione, hanno preferito rivolgersi a centinaia di chilometri di distanza. Sono sicuro che emergerebbero utili consigli per dei correttivi a bassa costo, come quelli sull'accoglienza e sull'accessibilità delle strutture. Ci sono però, poi, delle indubbie carenze come quelle di equipe multidisciplinari che curino i tumori delle ossa e dei tessuti molli e dell'apparato endocrino. Una carenza che denunciai nel 2007 quando ero direttore generale dell'Oncologico, dicendo che l'ortopedia nostrana si occupava più di protesi e meno di tumori. Poi si è capito anche perché. Eppoi ci sono i ritardi tecnologici. Noi ci riforniamo di tecnologie biomediche con almeno 10 anni di ritardo rispetto al Nord. L'errore sta nel fatto di attendere i finanziamenti ad hoc dal governo per l'ammodernamento tecnologico, che arrivano ogni 7-8 anni, mentre si dovrebbero individuare delle possibili economie nei bilanci delle ASL e destinarle al capitolo delle grandi macchine. Quando ero direttore generale alla ASL BAT con fondi di bilancio acquistai un angiografo digitale, ampliai la fornitura della radioterapia e feci costruire le stanze per terapia radiometabolica per la quale la gente pugliese andava e va ancora a Pisa. Dove tagliare? Una voce poco studiata è quella dei rifiuti. Circa 2 milioni di euro all'anno. Si potrebbe pagare i rifiuti smaltiti non a volume ma a posti letto occupati, come si fa in Emilia Romagna e come mi suggerì un consulente da me nominato quando ero alla ASL BAT, poi dimissionato anche lui dopo di me. Oppure creare dei centri di irraggiamento dei rifiuti speciali ospedalieri in modo da renderli rifiuti urbani, molto meno costosi da smaltire. Da questi e da altri risparmi deriverebbero risorse per nuove tecnologie e crescerebbe la fiducia dei nostri concittadini verso i loro ospedali.

(Nella foto, il pronto soccorso del Nationa Hospital di Abuja - Nigeria)




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domenica 28 febbraio 2010

QUANTO COSTA BRUCIARE CARBONE


La Scuola di Salute Pubblica della prestigiosa Università statunitense di Harvard a Boston ha recentemente pubblicato un interessante articolo sulla quantificazione dei danni correlati alla salute ed all’ambiente negli impianti di produzione elettrica degli USA che bruciano carbone. Lo studio muove dalla constatazione che le centrali a carbone producono danni esterni agli impianti ma che esiste una variabilità ed una incertezza nella loro determinazione legate a diversi fattori. Tra questi la quantità di sostanze inquinanti emesse, la loro distribuzione dovuta alle condizioni atmosferiche e la distribuzione della popolazione rispetto agli impianti medesimi. Per questo i ricercatori di Harvard hanno voluto monetizzare il danno prodotto da 407 centrali a carbone sulla base della mortalità prematura nella popolazione connessa a queste attività ed hanno stimato che il danno prodotto varia da 30.000 $ a 500.000 $ per tonnellata di polveri sottili (PM 2.5), quelle cioè che entrano nell’albero respiratorio e nel circolo sanguigno, da 6000 $ a 50000 $ per tonnellata di SO2 emessa, da 500 $ a 15000 $ per tonnellata di NOx e da 0,02 $ a 1,57 $ per kilowattora di energia generata. Nel modello utilizzato la mortalità della popolazione aumenta del 1.2% per ogni aumento di microgrammo/m3 della media annuale di emissione del PM 2,5 (tipo polvere che qui da noi neppure viene misurato).
Alla luce di questo studio è lecito domandarsi se le istituzioni locali ed i loro tecnici, al tavolo delle trattative con le aziende elettriche per definire i termini delle convenzioni e, a prescindere da queste, quando prendono decisioni sullo sviluppo locale e sui controlli ambientali e sanitari, tengano conto di queste valutazioni. Se applicassimo i numeri del lavoro citato alla realtà locale risulterebbe che per 100.000 tonnellate di NOx emesse ogni anno il danno esterno è quantificabile tra i 50 milioni di dollari a 1,5 miliardi di dollari. Danni che vengono pagati solo dalla collettività la quale continua comunque ad acquistare la stessa energia elettrica per la cui produzione riceve un detrimento. Quanto all’Università locale, le poche volte che l’abbiamo vista nominata sulla questione energetica sono state quelle in cui era necessario indicare l’affiliazione di qualche docente consulente di parte aziendale intervenuto sulla stampa, e purtroppo non sulle riviste scientifiche, per dire “che va tutto bene madama la marchesa”. È lecito allora chiedersi: ma quale Università pubblica vogliamo e continuiamo a finanziare in Italia se persino quella statunitense, sostenuta peraltro in gran parte da fondi privati, fa ricerca su questioni di vitale interesse per la salute pubblica?

martedì 16 febbraio 2010

COME SONO STATI SPESI I SOLDI PER LA SALUTE NEL 2008



La struttura della spesa sanitaria nella Regione Puglia è stata oggetto di un’analisi realizzata attraverso l’esame dei bilanci consuntivi 2008 delle sei ASL pugliesi.
Su circa 6,5 miliardi assegnati dalla Giunta Regionale, il disavanzo è stato di 173 milioni, 40 in più del 2007 e ciò nonostante le ASL abbiano ricevuto circa 300 milioni in più rispetto allo stesso anno.
La quota destinata ad acquisto di beni è stata del 9% quota troppo bassa per finanziare l’innovazione tecnologica, considerando che in questa voce sono inclusi anche i materiali di consumo ed i beni non sanitari. Il costo del personale rappresenta il 26% delle assegnazioni di cui il 21% per quello sanitario ed il 2% per quello amministrativo. I pugliesi nel 2008 hanno tirato fuori dalle loro tasche circa 80 milioni, 37 come ticket per partecipazione alla spesa sanitaria, 40 per libera professione intramoenia, quest’ultima al netto della quota in extramoenia, che non viene registrata nei bilanci asl, della nota evasione fiscale e di quanto acquistato direttamente presso le strutture private. Quindi, solo per la libera professione intramoenia dichiarata i pugliesi pagano circa 10 euro a testa. Le ASL spendono il 58% dei loro bilanci per acquistare servizi sanitari da strutture sanitarie diverse da quelle gestite direttamente, il 43% da strutture sanitarie private. Di quest’ultima quota, circa 3 miliardi di euro, 412 milioni (6.3%) servono per la medicina generale, 872 milioni (13.3) per i farmaci venduti nelle farmacie convenzionate, 210 milioni (3.2%) per la medicina specialistica, 536 milioni (8.2%) per l’ospedalità privata.
Le assegnazioni pro-capite del 2008 risultano differenti nelle diverse ASL. Rispetto alla media regionale: ricevono risorse maggiori le Asl BAT (+87€), Brindisi (+51€), Lecce (+19€), minori le Asl di Foggia (-45€), Bari (-23€), Taranto (-20€).
Mettendo in relazione la spesa per acquisto di servizi sanitari da privati con il costo del personale si osserva un effetto paradossale e cioè il costo del personale dipendente è più elevato laddove è più elevata la spesa per acquisto di servizi sanitari da privati e la correlazione si conferma sia se l’analisi viene condotta per tutto il personale che per il solo personale sanitario ed amministrativo.
Un fenomeno degno di attenzione è rappresentato dal fatto che, a fronte di un incremento delle assegnazioni in tutte le Asl nel 2008 (dal 4.0% di Lecce al 7.8% della BAT) rispetto all’anno precedente, il disavanzo viene ridotto solo nelle ASL di Lecce e Bat mentre aumenta in tutte le altre. Quindi, se si rispettasse la legge, solo i direttori generali di queste due ASL dovrebbero essere confermati nel loro incarico.
È stata inoltre condotta un’analisi sul rapporto tra il valore delle prestazioni prodotte dai quattro ospedali della ASL di Foggia (90 milioni) ed il costo della loro gestione (180 milioni). La produttività delle strutture sanitarie a gestione diretta appare, da questo esempio, molto bassa.
Da questa analisi emerge che il servizio sanitario impiega la metà del bilancio per gestire le proprie strutture sanitarie mentre l’altra metà serve a comprare servizi sanitari da privati. Le Asl si stanno trasformando in stazioni appaltanti anche per i servizi sanitari. La produttività delle strutture a gestione diretta è molto bassa. Questo dimostra che la richiesta di ulteriori finanziamenti per la sanità meridionale non è del tutto fondata finché le risorse impiegate non saranno meglio utilizzate. Vi è una notevole sperequazione tra le risorse assegnate nelle diverse Asl mentre la quota per l’acquisto di nuove tecnologie è troppo bassa per pensare di ridurre il divario rispetto al nord del Paese.L’intera analisi, condotta dall’associazione Salute Pubblica, è disponibile a seguente indirizzo http://salutepubblica.org/uploadtest/Servizio%20Socio-Sanitario/Bilanci%20ASL%202008_puglia.pdf

martedì 19 gennaio 2010

SALUTE E GUERRA: LA SCIENZA A SERVIZIO DELL’UOMO




L’esperienza dell’Istituto di salute pubblica e di comunità dell’Università di Birzeit, in Palestina, rappresenta un esempio di medicina applicata alle reali condizioni di deprivazione della popolazione. Così come il medico finalizza la sua opera al sollievo della sofferenza individuale, la medicina pubblica o sociale e, nel suo ambito, l’epidemiologia dovrebbero essere orientate all’individuazione dei parametri sociali, economici e politici che influenzano le condizioni di vita e (di conseguenza) di salute di una collettività e dei singoli.
E’ noto, infatti, che le condizioni di salute di una popolazione vengono influenzate dal grado di sviluppo dei servizi sanitari solo per il 20 per cento, mentre nella restante parte giocano un ruolo rilevante le condizioni socioeconomiche.
Un esempio illuminante, a questo riguardo, si trova in un recente lavoro di Rita Giacaman (direttrice del citato istituto palestinese) e dei suoi collaboratori apparso sull’European Journal of Public Health, lavoro che tratta dell’impatto sui civili palestinesi dell’invasione dell’esercito israeliano nelle città della West Bank. L’invasione prese il via 29 marzo del 2002 e il seguente coprifuoco fu imposto in 5 città dei territori occupati per 45 giorni consecutivi. I ricercatori palestinesi hanno studiato l’impatto dell’occupazione israeliana sulla qualità della vita sociale, attraverso la somministrazione di questionari che presentavano domande riguardanti danni alle abitazioni, alle finanze familiari e direttamente alla salute. E’ stato anche implementato un sistema di scoring apposito. I danni alle abitazioni sono risultati di vario genere: dalle interruzioni della fornitura di energia elettrica e di acqua, ai colpi di arma da fuoco e alle esplosioni, fino alla distruzione della propria abitazione o di quelle vicine. I danni di tipo finanziario comprendevano la perdita del lavoro, la carenza di cibo e la carenza di liquidità; i danni alla salute riguardavano infine la necessità di trasferire la propria abitazione, l’accesso alle cure mediche ed episodi di stress psicologico. I risultati dei questionari sono poi stati sottoposti ad analisi statistica multivariata.
Le carenze di acqua e di elettricità furono peggiori nella città di Jenin e ciò è in accordo con la severità dell’attacco militare e con i danni riscontrati alle abitazioni civili in quel capoluogo. In quella città, infatti, il 91 per cento degli intervistati riportava esperienze di esplosioni e colpi di arma da fuoco, mentre a Tulkarm l’87 per cento riportava distruzioni delle infrastrutture.
Nella città di Betlemme è stata invece rilevata la maggiore perdita di posti di lavoro (29 per cento degli intervistati), probabilmente in relazione al crollo del turismo religioso.

Altre spiegazioni per la perdita di lavoro fornite dagli intervistati includevano il collasso dell’economia locale, la distruzione degli edifici in cui avevano lavorato, nonchè il continuo e serrato assedio che impediva di raggiungere i luoghi di lavoro. Jenin sembrava avere il peggiore tasso di sofferenza per scarsità di viveri (64 per cento); vengono menzionati i metodi adottati per fronteggiare questa situazione, quali il mangiar meno e il razionamento del cibo, con una crescente preoccupazione per lo stato nutrizionale della popolazione e in particolare dei bambini. Ramallah risultava invece la città più colpita dalla carenza di accesso alle cure mediche. Tali carenze includevano,
in particolare, la gestione di malattie croniche come il diabete, l’ipertensione e le malattie cardiache. Viene anche riportata la carenza di antibiotici per il trattamento delle infezioni. Alcuni intervistati hanno riferito che, per fronteggiare la situazione, ne veniva somministrata una dose quotidiana più bassa per coprire più giorni di terapia.
Sempre a Ramallah viene riportata una percentuale più elevata di risposte che riferiscono l’insorgenza di problemi psicologici come insonnia, paura, episodi di tremore, stanchezza, depressione, disperazione, enuresi e, tra i bambini, episodi di pianto incontrollato.
L’analisi condotta ha messo in evidenza che i danni di tipo sociale ed alla salute erano significativamente più alti tra i soggetti con un livello di istruzione più basso e nei nuclei familiari più numerosi, mentre non si mostravano differenze in base al sesso. I danni di tipo psicologico risultavano significativamente più intensi quando avvenivano distruzioni della proprietà, carenze alimentari o difficoltà di accesso alle cure.
Gli autori concludono che sebbene «le attività di aiuto siano importanti, queste non forniscono una soluzione permanente alla sofferenza dei civili. Una soluzione permanente e giusta alle violazioni dei diritti umani che i civili palestinesi continuano a subire rappresenta l’unico rimedio in grado di produrre una migliore salute e una accettabile qualità di vita». Il lavoro riportato rappresenta l’applicazione di una metodologiascientifica alle condizioni di salute di una popolazione che vive in permanente stato di assedio, come quella palestinese
nei territori occupati.