lunedì 11 giugno 2012

BIOBANCA o BIOTECA?

Mentre anche da noi continuano ad essere replicate le evidenze scientifiche già rilevate in altre parti del mondo, per le quali man mano che ci si avvicina al carbone ed al petrolchimico aumentano una serie di patologie nella popolazione, al contrario non si sente parlare di misure concrete per ridurre le emissioni di polveri e sostanze pericolose. Al contrario si annunciano installazioni di nuovi impianti e reimpieghi di antichi col risultato di incrementare i rischi. Purtroppo il tema della prevenzione del cancro e delle malattie croniche si presta a frequenti fraintendimenti. Si scambia la diagnosi precoce con la prevenzione, sottoporsi a miriadi di esami per scoprire le malattie il più precocemente possibile è la parola d'ordine degli erogatori di prestazioni sanitarie. Ma della vera prevenzione, la prevenzione primaria, nessuno parla, forse perchè non crea profitto per i detentori del potere economico anche se rimane l'unica arma capace di ridurre l'insorgere delle malattie ambientali. Dove l'hanno applicata, come in Svezia, negli anni '70, bandendo l'uso di alcuni pesticidi, i risultati si vedono: sono diminuiti i linfomi e i sarcomi. La vera soluzione e forse l'unica efficace per il momento rimane quella di allontanare dall'uomo le sostanze in grado di provocare cancro e non solo! Recentemente abbiamo appreso che l'Amministrazione Provinciale di Brindisi ha intenzione di stabilire nella Cittadella della Ricerca una biobanca, qualcosa, ha dichiarato il suo Presidente, rispetto alla quale "l'epidemiologia è nulla, qui si potrà conoscere il "come" ed il "perchè", si tratta di un progetto che va 100 volte oltre!" Sempre il Presidente ha affermato che "con il registro tumori conosciamo il "dove" e il "quando" ma solo con la bio-banca potremo finalmente sapere il "come" e il "perchè"". A questo riguardo sarebbe da ricordare l’esperienza del colera a Londra alla metà del 19esimo secolo, quando ancora era all’ordine del giorno la teoria dei miasmi, contestata da John Snow, lo stesso che in quella occasione propose la strategia di contenimento dell’epidemia eliminando la fornitura dell’acqua prelevata dal Tamigi a valle di Londra. La conoscenza del "dove" e "quando", come evidenziati dagli studi epidemiologici, permette l’azione di prevenzione prima ancora della conoscenza del  "come" e "perché". E l’epidemiologia serve proprio a questo ed è l’approccio scientifico alla sanità pubblica. L’epidemiologia senza l’azione è nella generalità dei casi sterile esercizio, ha infatti per motto "conoscere per agire". Le implicazioni politiche ed etiche sono evidenti. Se a Londra non si fossero lasciati guidare dal "dove" e "quando" e avessero aspettato di scoprire il vibrione del colera, i morti sarebbero stati incalcolabili. Cionondimeno, incuriosito dalla proposta, sono andato a vedere come funziona, laddove esiste già dal 2006, una biobanca correlata con le malattie ambientali e cioè in Sardegna, a Sarroch, accanto ad una delle raffinerie tra le più grandi in Europa. Lì la biobanca è stata creata con lo scopo di monitorare eventuali situazioni di rischio per la salute dei propri abitanti e fornire supporto ad appropriate misure. In quella realtà si erano prima svolti degli studi epidemiologici che avevano evidenziato una maggiore frequenza di alcune malattie nella popolazione e si era avvertita la necessità di alcuni interventi per ridurre il livello di inquinamento riscontrato. Si cominciò pertanto a considerare l'ipotesi di prelevare tessuti biologici dai residenti e conservarli in modo da poterli utilizzare in futuro. Con gli studi di biomonitoraggio già oggi si può determinare la concentrazione di sostanze nocive e i meccanismi attraverso i quali esse esplicano la loro azione sull'organismo. La possibilità di eseguire misurazioni ripetute nel tempo permette di valutare dinamicamente come l'organismo risponde alle sostanze tossiche, la loro eventuale persistenza ed eliminazione, la reversibilità delle modificazioni biologiche precoci ed in alcuni casi dei danni come quelli genetici. Inoltre, dato il rapido sviluppo delle conoscenze e delle tecnologie nel settore, è possibile che in futuro si potranno effettuare sul materiale biologico conservato analisi che oggi non sono disponibili o addirittura neppure ipotizzabili. Lo scopo della biobanca sarda è quello di monitorare gli effetti di un'azione di riduzione dell'inquinamento e non essere una alternativa agli studi epidemiologici e tanto meno un modo per rinviare sine die interventi di contrasto dello stesso. Ma c'è di più. E cioè che anche rispetto alla biobanca ci possono essere differenti approcci politici. Può essere un forziere (una "biobanca" appunto) in cui i cittadini che lo vorranno depositano volontariamente i loro materiali biologici ma il loro utilizzo e le conseguenti ricerche rimangono affare dei politici, dei tecnici e delle aziende chiamate a finanziare. Oppure un contenitore in cui i cittadini depositari sono anche coinvolti nelle decisioni sulle ricerche da svolgere e nell'assicurare l'aderenza dell'iniziativa alla finalità esplicita di contribuire alla tutela della salute individuale e collettiva, prestando particolare attenzione ai fattori ambientali. Ecco perchè in Sardegna hanno costituito una Fondazione che prevede la costituzione di comitati tecnici ed attività di informazione e formazione che favoriscano la partecipazione della cittadinanza ai processi decisionali in materia di salute ed ambiente. Per queste ragioni in quella esperienza si è deciso significativamente di usare il termine "bioteca" e non "biobanca". Ben venga allora la bioteca con la partecipazione dei cittadini piuttosto che la biobanca, perchè ogni iniziativa che sviluppi la ricerca biomedica nella nostra città è sempre benvenuta. A patto che si tratti di un'iniziativa a beneficio della salute, con la partecipazione dei cittadini, e che non esima dal fare subito ciò che le conoscenze attuali già obbligano a fare. La bioteca ci aiuterà a capire nel tempo quanto questi interventi di contrasto siano stati davvero efficaci.

lunedì 16 aprile 2012

QUANDO VENDOLA ISTRUIVA I DIRETTORI GENERALI SUI CONCORSI PUBBLICI


La primavera pugliese era appena sbocciata ed ai nuovi direttori generali nominati a settembre 2005, oltre i consueti obiettivi fu indirizzata una lettera del Presidente Vendola riguardante proprio i concorsi nelle ASL con cui disponeva , tra l'altro, che "le assunzioni e le procedure concorsuali devono attenersi a principi di trasparenza assoluta. Tutti gli aventi diritto devono avere la possibilità di partecipare; si devono attivare tutti gli strumenti affinché ognuno sia informato, possa accedere a qualsivoglia informazione necessaria, sia messo in grado di giudicare e valutare i tempi e gli esiti concorsuali." Inoltre i direttori, secondo il Presidente, dovevano essere "rigorosi e fermi nell’indizione e nello svolgimento, in tutte le loro fasi, dei bandi di gara e degli appalti che devono corrispondere al rispetto delle regole e all’interesse della amministrazione e della collettività." Tascrissi queste note su alcune diapositive e le mostrai in uno dei primi ed affollati collegi di direzione. Furono accolte da un silenzio glaciale che mi parve contenere sentimenti di timore, auspicio, scetticismo, tutti insieme.
Le cose sono andate come sappiamo, cioè come sempre, purtroppo e questa notizia della chiusura delle indagini proprio per un concorso pubblico ci confermano, qualunque sia l'esito giudiziario, che la strada della separazione degli interessi elettorali dagli interessi pubblici è ancora lunga ed in salita.
Il governo delle strutture sanitarie va lasciato ai sanitari, i criteri per le assunzioni devono essere oggettivi. Non ci vorrebbe niente , se si volesse fare davvero, a costituire una graduatoria nazionale, o almeno regionale, con punteggi da attribuire in modo inequivocabile alle varie voci di una carriera medica e da quella attingere secondo le necessità. Il mondo della scuola può assurgere ad esempio. Perchè non dovrebbe funzionare anche in sanità? Se davvero si volessero riportare in Italia "cervelli fuggiti", come Vendola diceva di voler fare qualche anno fa con un primariato all'Ospedale Miulli, sarebbe bastata una legge ad hoc, in parte già esistente, che prevedesse, in presenza di requisiti oggettivi di altissimo livello, l'assunzione diretta per 5 anni a tempo determinato in una posizione apicale. Un luminare vero non ha certo paura di un contratto a tempo determinato!
Vendola non è un semplice cittadino, è nella condizione di proporre e far approvare norme che cambino radicalmente il mondo della sanità. Una legge per abolire la libera professione nelle strutture pubbliche o, quanto meno, per mettere in fila, nella stessa lista, paganti e non paganti, come hanno fatto in Toscana. Una legge per rendere meno discrezionale lo svolgimento dei concorsi, con punteggi certi e verificabili.
E' davvero triste che un politico si interessi di questioni di cui non ha competenza, ma è molto più triste che molti medici non partecipino più alle selezioni per primario "perchè tanto si sa come funziona". Ed ancor più triste che i cittadini accettino supinamente la "tassa di accesso" della libera professione "perchè non c'è altro modo per farsi ricoverare".
Non si deve disarmare, la strada è lunga ed in salita ma la meta di una società più giusta esiste ed è raggiungibile. Necessita una rivolta dei cittadini consapevoli.

domenica 1 aprile 2012

UN'INDUSTRIA DIVERSA

L'industria pesante, quella dei grandi impianti, è all'attacco. Identificato negli ambientalisti il "capro espiatorio" degli effetti "collaterali" prodotti dalla sua ultradecennale presenza a Brindisi, sia sul piano ambientale che occupazionale, nonchè degli insuccessi della sua strategia di espansione (rigassificatore), preoccupata di assicurarsi un esito non ostile dalla prossima tornata elettorale, mette in pista i suoi opinion leaders per consolidare nell'opinione pubblica l'idea della ineluttabilità della sua presenza.
Lo fa attaccando alcune voci indipendenti e controcorrente che sollevano critiche verso il modello industriale realizzato in questa area, alle quali non chiede una dimostrazione scientifica di questa contrarietà, ma una legittimazione elettorale. Qualche suo alfiere paventa un inesistente diritto di veto delle voci critiche disconoscendo il portato democratico delle libere associazioni di cittadini. Non importa che aria, suoli, sottosuoli e corpi siano intrisi di veleni, sia il popolo a dire chi ha ragione. A questo pressante richiamo ad un fair play democratico corrisponde però una sua pratica di presenza nelle istituzioni che non calca gli stessi percorsi elettorali e che è fatta essenzialmente di una attività di "lobbing". Vestendo per un attimo la maschera della democrazia, chiede agli altri comportamenti che non appartengono alla sua prassi oltre che forse alla sua cultura.
Non solo, ma richiama gli avversari al dovere di misurarsi sui temi della crescita e del lavoro chiedendo conto dei risultati dell'invocato nuovo modello di sviluppo ma tacendo i risultati del modello vigente: 20.000 disoccupati, 5000 residenti in meno in 20 anni, emigrazione giovanile e lavorativa, danni ambientali in perenne attesa di riparazione sia pure con soldi pubblici nonchè perdita di salute e di aspettativa di vita in alcuni settori della comunità, soprattutto tra i lavoratori.
Tutto ciò a fronte di un divario estremo tra utili degli azionisti e reddito da lavoro prodotto.
Ma il fronte industriale non è uniforme come si vorrebbe far credere. Non ha ricevuto in questi giorni dalla informazione locale la dovuta attenzione una notizia ampiamente ripresa invece da quella nazionale ed in particolare da IlSole24ore: "Materiali leggeri e riciclabili per nuove generazioni di serbatoi per il contenimento di olio destinati a motori per elicotteri. Serbatoi non più in metallo, ma in materiale plastico rinforzato, più leggero e riciclabile." Vincitrice del bando europeo la Telcom di Ostuni capofila di una cordata internazionale con all'interno anche il consorzio pubblico-privato Cetma con sede alla Cittadella della Ricerca.
Il modello dell'industria pesante non è quindi nè unico nè ineluttabile come si vorrebbe far credere. Qualche anno fa i due modelli si confrontarono all'interno di Confindustria ma vinse l'industria pesante che con più dipendenti dispone anche di più voti e di fatto sceglie il presidente. A chi critica gli effetti dell'industria pesante piace invece quest'altra industria piena di conoscenza in evoluzione, meno colpita dalla globalizzazione, più versata all'innovazione. Il nuovo modello economico non è anti-industriale come si vorrebbe capziosamente far credere ma contiene una industria diversa da quella che ha largamente monopolizzato l'area brindisina tanto da oscurare, con varie responsabilità, gli importanti risultati della prima.

mercoledì 14 marzo 2012

SALUTE BENE INDISPONIBILE




In un suo recente intervento su Nuovo Quotidiano il prof Federico Pirro ha sostenuto che le associazioni ambientaliste esercitano a Brindisi un «non ammissibile diritto di veto sul futuro industriale dello sviluppo cittadino».
Per il docente di storia industriale dell’Università di Bari le associazioni ambientaliste, non avendo ricevuto un mandato elettorale, non possono opporsi all’industrializzazione o meglio al protrarsi di un certo modo di fare industria sul territorio brindisino. La critica contiene l’invito implicito a misurarsi in campagna elettorale per ottenere la necessaria, a parer suo, legittimazione.
Il dott. Michele di Schiena ha fornito sulle stesse pagine una risposta sul piano giuridico e politico agli argomenti di Pirro, ricordando che l’opposizione al rigassificatore è stata unanimemente approvata dai consigli comunale, provinciale e regionale, che la libertà di esprimere e diffondere opinioni da parte di cittadini singoli ed associati trova legittimazione nella Costituzione e che il denunciato diritto di veto in realtà non esiste.
La tesi di Pirro in effetti è un fantasma. Il primo di una serie che sicuramente i poteri forti operanti sul territorio, in combinazione con settori politici e sindacali amici, metteranno in campo nei prossimi due mesi di campagna elettorale. I fantasmi servono a spaventare e quale migliore strumento della paura, per governare masse spesso non pienamente consapevoli della complessa realtà delle situazioni in discussione! La paura di pericoli inesistenti è un potente strumento di controllo sociale: paura del default, dell’art. 18 e, venendo al nostro tema, della chiusura delle fabbriche inquinanti a causa degli ambientalisti. Questo indistinto “nemico del futuro industriale” che sono gli ambientalisti diventa il “capro espiatorio” della crisi del sistema industriale incapace, da decenni ormai a Brindisi, di soddisfare l’offerta di lavoro e contrastare l’emigrazione lavorativa.
Un simile meccanismo (o dispositivo, per dirla con i sociologi) si mette in moto anche con le più recenti notizie diffuse dalla LNG sull’abbandono del progetto rigassificatore la cui responsabilità ricade sempre sugli ambientalisti. Sicuramente un fantasma si genererà per la dispersione di carbone sui terreni e nelle case degli agricoltori abitanti nei pressi della centrale di Cerano. E chissà cos’altro ancora.
A parere di chi scrive l’ambientalismo oltre ad essere una definizione indistinta e funzionale alla creazione del “capro espiatorio” è una ideologia che nasce in ambito capitalistico operando una disgraziata separazione tra salute e ambiente. Sembrerà incredibile ma la tesi del prof Pirro è una delle tesi dell’ambientalismo egemone, quello che inaugurato alla fine degli anni ’70 da Friedman, teorizza la necessità di regolare l’inquinamento affidandosi alla legge del mercato. I suoi principi sono: l’ambiente deve avere un costo, le responsabilità sono dei consumatori che non rinunciano ai consumi, non si deve applicare il "comando-controllo" pubblico sulle emissioni industriali, le regolamentazioni devono avvenire tramite "mercato", "chi inquina paga" (poco, e intanto può inquinare) ed infine la tesi del prof Pirro, I "Comitati" dei cittadini prevaricano la politica.
Una vera svolta si potrebbe avere solo ponendo al centro la questione salute, non nel modo di questi giorni, in cui si invocano “leggi per Taranto” e “leggi per Brindisi”, medicazioni tardive per le vittime e profittevoli per l’industria sanitaria, come quella della green-economy, gestita sempre dagli stessi capitani che hanno causato le epidemie, ma nel senso della vera prevenzione, come allontanamento delle nocività dagli uomini.
Ponendo l’accento sulla salute, principio fondamentale sancito della Costituzione, non c’è più margine di negoziazione per qualsiasi classe politica o delega a negoziare: si tratta di un diritto indisponibile.
Se gli uomini, le donne, i lavoratori, e soprattutto i bambini in carne ed ossa con il loro diritto alla salute diventeranno indisponibili alla trattativa tra la politica e l’industria, i fantasmi si dissolveranno e verrà fuori la concreta realtà. Spandere veleni sui lavoratori e sui bambini sarà forse una violenza involontaria e discreta ma ugualmente cruenta ed intollerabile.
Scriveva Giuseppe Dossetti, politico e poi monaco: “quando i poteri pubblici violano le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è un diritto e un dovere del cittadino”. Ed il teologo pastore Dietrich Bonhoffer, morto in campo di concentramento: “Quando un pazzo lancia la sua auto sul marciapiede, io non posso, come pastore, contentarmi di sotterrare i morti e consolare le famiglie. Io devo, se mi trovo in quel posto, saltare e afferrare il conducente al suo volante."

lunedì 26 dicembre 2011

PESSIMISMO NELLA SANITA' PUGLIESE

Ho ricevuto questa lettera da un medico della sanità pubblica alle soglie della pensione.

"Voglio innanzitutto ringraziarti ancora per avermi fatto recapitare in ospedale il tuo libro (La Sanità Malata, Viaggio nella Puglia di Vendola, 2008 Glocaleditrice ndr), che ho letto subito con interesse. Ero ricoverato dal giorno prima per una frattura.
Condivido molto di ciò che scrivi, quasi tutto. Non il tuo velato ottimismo sulle possibilità di recupero della nostra sanità. Sono convinto, infatti, che ci sia un peccato originale che non prevede ammenda. La Bindi ha fatto una riforma (che sostanzialmente riproponeva quella di De Lorenzo, mala scopiazzatura del sistema sanitario americano) che, con la "privatizzazione" della gestione  sanitaria pubblica, pretendeva di ottimizzare le risorse e rendere più efficiente il sitema, ventilando incentivi e disincentivi, responsabilità e valorizzazione delle competenze:il che non ha mai funzionato. Nè poteva essere altrimenti.
In un sistema privato vero, infatti, c'è chi mette un capitale e un rischiodi perderlo. A tutela dell'uno e dell'altro, sceglie i suoi collaboratori per le capacità che hanno. Ognuno si assume le responsabilità che gli competono. Chi sbaglia paga e chi non è capace se ne va.
La nostra riforma sanitaria spartitocratica è, invece, un vero e proprio sistema feudale nel quale il politico (Presidente-Assessore) nomina a propria assoluta discrezione i Direttori Generali, che nominano (sempre a propria discrezione) gli altri dirigenti generali, e così proseguendo fino alla base della piramide. Esisterebbe, in teoria, solo una responsabilità politica (da ridere in un Paese di irresponsabili corrotti che quando si è sull'orlo dell'abisso delegano l'emergenza a tecnici). Chi sbaglia non paga. Paga tutto il cittadino, tre volte: la mancata risposta ai propri bisogni, il dover risolverli emigrando o rivolgendosi al privato, e infine dovendo ripianare il deficit che questa fabbrica di inefficienza ha creato.
Si è selezionata di conseguenza, purtroppo non solo nella sanità, una classe una classe dirigente di yes-men, servi sciocchi, che più sono tali più vengono premiati. Questo rende impossibile un futuro miglioramento della nostra sanità pubblica. Sono quindi molto pessimista per il prossimo futuro .
Per essa ho lavorato tutta la mia vita e oggi mi trovo nella paradossale situazione di dovermene andare. Se non avessi fatto domanda di pensione (di cui effettivamente usufruirò fra 1 anno) mi avrebbero punito decurtandola invece di incrementarla, magari con 50 anni di contributi. Ma la cosa più importante è che la mia sala parto e la sala travaglio sono camere di degenza adatatte impropriamente all'uso; da 8 anni ci sono lavori in corso nell'ospedale, e della ristrutturazione del mio reparto non si profila nemmeno l'inizio, mi mancano medici, infermieri ecc.ecc..
Ma mi rincuora che nel nostro mestiere se uno è Medico veramente, in qualche modo trova la possibilità di lavorare bene e utilmente. Io dovrò continuare a lavorare nelle condizioni che mi sono date per un altro anno, poi si vedrà!"

giovedì 17 novembre 2011

ESCLUSIVA INTERVISTA ALL'ASSESSORE ALLA SANITA'


Siamo andati a trovare l'Assessore alla Sanità di Partenia. Pensavamo di aver capito che ci avrebbe ricevuto in assessorato. Arrivati negli uffici abbiamo, invece, trovato dappertutto gruppi di lavoro composti da infermieri , tecnici, medici e qualche amministrativo. “L'Assessore non c'è, è nella sua azienda agricola, viene un giorno la settimana per adottare gli atti preparati dalle varie commissioni”.
Un po' sorpresi abbiamo raggiunto l'Assessore nella sua proprietà fuori città, una masseria del '700. Un dipendente ci ha accompagnato nel capannone dove si fa il vino. Tra poco infatti arriva sulle tavole il vino novello.
“Benvenuti, un bicchiere di vino novello?”
“Perchè no!” e giù un negroamaro-malvasia in un bicchiere di terracotta.
“Allora, cosa volete sapere da questo povero Assessore?”
“Povero? Non sembra povero!”
“Intendo povero perchè ogni giorno gli piovono addosso critiche come se tutto ciò che va storto dipendesse da lui”
“Guardi, non siamo venuti per angustiarla. In fondo sono anni che ogni giorno possiamo leggere le sue dichiarazioni e le sue interviste. Ormai la consigliatura è alla fine e ci piacerebbe sapere se c'è una sola realizzazione del suo mandato di cui si sente di parlare con soddisfazione”
L'Assessore ci pensa un po', manda giù un altro sorso di novello e si aggiusta il cappello di vimini.
“Le dico la verità, non sono riuscito a migliorare la simpatia dei concittadini per la nostra medicina. E lo sa perchè?”
“Perchè?”
“Perchè non siamo capaci di appassionare ai malati i nostri medici?”
“Ma non c'è proprio nulla di cui sia contento?”
“Sì, una realizzazione di cui sono orgoglioso c'è. Una sperimentazione. Visto che c'erano tanti lacci e lacciuoli soprattutto nei contratti di lavoro, ho proposto un esperimento”
“Quale?”
“Nel paese di Filopato ci sono tre edifici, molto vicini tra loro: un ospedale, un poliambulatorio ed un hospice”
“Perchè ne è orgoglioso?”
“Abbiamo chiesto ai medici che volevano lavorare in questo esperimento di rinunciare alla libera professione di qualsiasi tipo. In cambio assicuriamo periodi di formazione in centri di riferimento e l'acquisto di tecnologia di provata efficacia. “
“E quanti medici hanno risposto alla chiamata?”
“Molti, soprattutto giovani. Inoltre il governo delle tre strutture è stato affidata ad un consiglio elettivo formato da sanitari che dura in carica tre anni e viene supportato da giuristi, economisti, sociologi, psicologi, informatici, statistici, ingegneri, ma solo supportato.”
“Che vuol dire “solo”?”
“Che a decidere sono i sanitari. Per ogni decisione particolare, come l'acquisto di una nuova apparecchiatura ad esempio, si costituisce una commissione che valuta tutti i 'pro' ed i 'contro' ed alla fine decide, soprattutto in base alla provata efficacia e non alla moda.”
“Un'altra condizione che abbiamo posto per partecipare all'esperimento è che né i sanitari né la struttura accettino sponsorizzazioni da industrie farmaceutiche e biomediche. Libri e convegni li paga il consiglio dei sanitari. E si è visto che conviene. Inoltre l'informazione scientifica industriale non è ammessa se non in contraddittorio con i farmacisti della struttura”
“E negli altri due edifici?”
“In uno ci sono i poliambulatori per i medici di medicina generale e gli specialisti, il dipartimento di prevenzione. Tutti i medici sono dipendenti. Gli specialisti sono gli stessi dell'ospedale. Una regola fondamentale è la multidisciplinarietà”
“Cosa significa in concreto?”
“Ogni medico non chiede un esame o un consulto di un altro medico che poi il paziente andrà a ricercarsi. Il primo medico che incontra il malato si fa carico di discutere il caso con gli altri specialisti e questi di eseguire personalmente ulteriori esami. Non esiste la possibilità per il paziente di prenotare da sé un esame ed abbiamo abolito il centro di prenotazione e le ricette. Ogni cittadino di Filopato ha una tessera personale che permette al medico di consultare tutti gli esami ed i ricoveri. Ogni medico scrive sul suo tablet i referti che vengono archiviati elettronicamente nella cartella personale contenuta in un grande server generale. “
“E nel terzo edificio?”
“L'Hospice”
“Per i malati oncologici?”
“Non solo, per tutti i malati che non guariranno affetti da qualsiasi malattia. Le equipe sanitaria gestisce anche i pazienti a casa e li accompagna nel poliambulatorio o nell'ospedale a seconda delle esigenze di accesso. Anche qui il malato non deve preoccuparsi di prenotare e contattare altri specialisti”
“Cosa si aspetta da questa esperimento?”
“Un maggior gradimento da parte del cittadino ed un corpo sanitario soddisfatto e dedicato”
“Pensa che l'esperimento riuscirà?”
“Abbiamo già segnali positivi. Non si fanno esami inutili, non ci sono liste di attesa perchè se l'esame è necessario si esegue subito. I cittadini di Filopato non vanno più a curarsi fuori. Quello che si recupera dalla migrazione sanitaria si reinveste nell'ospedale. I sanitari sono contenti e soprattutto gli ammalati”
Viene verso di noi una ragazza con un vassoio pieno di friselline condite con olio, pomodoro e origano ed una coppa di castagne arrostite. Una buona base per un altro po' di novello.
“Ma Assessore, perchè hanno scelto un agricoltore per la sanità?”
“Perchè l'Assessore non si occupa di soluzioni tecniche, né di primariati né di tecnologie, sono scelte dei sanitari. E poi perchè se fosse un sanitario, potrebbe imporre una sua visione o fare gli interessi di una parte della sua categoria. Il governo di Partenia dà indicazioni politiche: vogliamo un sistema dedicato, accessibile, aggiornato in base alle evidenze, informatizzato. Poi il resto lo fanno gli operatori”
Ci salutiamo, salutiamo tutti gli operai presenti nel capannone. L'Assessore ci accompagna all'uscita.
“Un'ultima domanda, mi scusi, ma il governo di Partenia è un governo di destra o di sinistra?”
L'Assessore ci pensa un po', sistema il cappello sulla testa: “Destra, sinistra? - un po' smarrito – E' un governo “intelligente”“
Una stretta di mano e la masseria è alle nostre spalle. Lo sterrato alza la polvere dietro la nosta auto. La masseria non si vede più.
Sento toccarmi un braccio. É il mio cameramen: “Sveglia, Carlo, siamo arrivati a Bari”.

giovedì 3 novembre 2011

“Le necessità del malato vengono prima di tutto”



La sanità pugliese vive in questi tempi una delle stagioni forse più oscure della sua storia recente. Sarebbe facile utilizzare questa condizione pregonica per attribuire colpe alle parti politiche, professionali e sindacali coinvolte. Si tratterebbe di un esercizio utile se fosse finalizzato a proporre soluzioni radicali, ma se deve ridursi a schermaglie sul teatrino della politica, è già così ampiamente e inutilmente praticato da non costituire una novità.

Disgustato dalle cronache giudiziarie e politiche di questi mesi ho trovato grande sollievo in una lettura occasionale rinvenuta nel mettere in ordine la mia biblioteca. La lettura era tratta da un libretto, anch'esso occasionalmente acquistato più di dieci anni fa nell’edicola di una stazione ferroviaria, una raccolta di articoli giornalistici su storie di medici americani. Tutte molto interessanti. Ma ve ne è stata una che mi ha colpito particolarmente. Raccontava l’attività di una dottoressa alle prese con un suo paziente all’interno di una delle più importanti istituzioni mediche di quel paese e forse del mondo, la Mayo Clinic. Una catena di ospedali ed altre strutture sanitarie in cui ogni americano, alla bisogna, desidererebbe essere curato. Una particolare organizzazione a cui anche le assicurazioni americane preferirebbero, se fosse mai possibile, rimborsare le cure di tutti i loro assistiti in ragione del fatto che, ancorché lì siano disponibili le più avanzate e le più costose tecnologie biomediche, le cure costano al consumatore circa la metà dei rimborsi per analoghe malattie in altri ospedali privati. Saranno presi da stupore i liberisti di ogni latitudine nell’apprendere che si stia parlando di una struttura privata il cui prodotto finale ha un prezzo più basso di quello di mercato.

Ma quel che mi ha colpito di più sono tre regole su cui si fonda il funzionamento dell’ospedale. La prima è il contratto di lavoro dipendente puro dei suoi medici. Stipendio competitivo, formazione garantita, standard di lavoro top level, senza libera professione, senza incentivi sul numero di prestazioni. Ciò vuol dire un corpo sanitario dedicato e leale. La seconda è la multidisciplinarietà. Il medico non manda ma accompagna il suo paziente dall’altro specialista di cui abbisogna. Questo è il segreto del minor costo delle prestazioni: quando i medici si parlano non si prescrivono esami inutili, costosi e a volte dannosi. La terza è il governo dei sanitari. Le strutture sono governate da gruppi permanenti di sanitari e non da amministrativi i quali sono invece di prezioso supporto alle decisioni dei sanitari.

Infine il motto che campeggia nella pagina della mission dell’organizzazione “Le necessità del paziente vengono prima di tutto”. Basterebbe vivere questo motto e rendere operative le tre regole della Mayo Clinic per uscire dal pantano. Se non in tutta la regione, almeno in qualche modello. Il troppo tempo perso inutilmente non fa però ben sperare. Forse un’alleanza tra operatori e malati che credono possibile un simile modello anche in Italia ed in Puglia potrebbe scuotere dal basso l’elefante malato. La chiamerei “Amici degli ammalati”. Non più siti ASL pieni di informazioni burocratiche che interessano solo operatori e fornitori ma informazioni per problemi da risolvere. Non più tribunali o sindacati del malato ma “Amici”.