domenica 17 marzo 2013

SANITA':SEMPRE DUE ITALIE!

L’VIII Rapporto-Sanità CEIS pubblicato nel 2012 si intitola “Opzioni di Welfare ed integrazione delle politiche”. Il rapporto “incrocia” alcuni indicatori socio-economici con indicatori di performance dei servizi sanitari. Gli indicatori socio-economici sono tre: il capitale umano, il capitale sociale e la deprivazione. Con capitale umano ”si vuole rappresentare le risorse ‘non finanziarie’ a disposizione degli individui. Le componenti principali che determinano il capitale umano sono oggi individuate nell’istruzione e nell’informazione.” Gli indicatori assunti sono: persone di 3 anni e più che usano il personal computer; persone di 6 anni e più che usano Internet; dottorato, laurea e diploma universitario; diploma di scuola secondaria superiore; persone di 6 anni e più che leggono quotidiani almeno una volta alla settimana; persone di 6 anni e più che hanno letto almeno un libro negli ultimi 12 mesi. Le regioni italiane con gli indici peggiori in ordine crescente , cioè dalla peggiore in su, per il capitale umano sono: Campania, Puglia, Sicilia, Abruzzo, Calabria, lazio, Molise, marche, Sardegna, Umbria. Le altre hanno valori positivi. Per capitale sociale è un’ “espressione .... usata da studiosi della società, della politica e dell’economia per designare in modo sintetico una varietà di fenomeni che influenzano sia la qualità del nostro vivere associato, sia il benessere degli individui, sia l’efficienza del mercato. Non è possibile individuare una definizione univocamente accettata di capitale sociale. Nei diversi ambiti in cui il concetto ha trovato applicazione esso ha assunto accezioni diverse che presentano, però, un elemento comune: il capitale sociale è una risorsa fondata sull’esistenza non di risorse strettamente personali, quanto di un qualche tipo di relazioni e/o di norme sociali.” Gli indicatori valutati sono: persone di 14 anni e più che negli ultimi 12 mesi hanno svolto una riunione in associazioni culturali, eccetera almeno una volta l’anno; persone di 14 anni e più che parlano di politica tutti i giorni; persone di 14 anni e più che negli ultimi 12 mesi hanno svolto un’attività gratuita per associazioni volontariato; persone di 3 anni e più che praticano sport in modo continuativo; persone di 14 anni e più molto soddisfatte, per l’anno scorso, del tempo libero; persone di 14 anni e più molto soddisfatte, per l’anno scorso, delle loro relazioni familiari; persone di 14 anni e più molto soddisfatte, per l’anno scorso, delle relazioni con amici. Se si considera il capitale sociale la classifica inversa segue il seguente ordine: Basilicata, Campania, Puglia, Sicilia, Calabria, Molise, Liguria, Abruzzo, Umbria. Un altro indicatore è la deprivazione acquisita “Gli indici di deprivazione sono strumenti utili anche a fornire una misurazione del fabbisogno di un determinato ambito territoriale/regionale, indicando uno stato di svantaggio in relazione alle condizioni di vita della comunità, alle quali un individuo, una famiglia o un gruppo appartengono. Sintetizzando le caratteristiche socio-economiche a livello regionale, gli indici di deprivazione rilevano lo “svantaggio” inteso nelle sue diverse dimensioni, su base aggregata. Tali misure inoltre, esprimono e rispecchiano le condizioni di vita, seppure approssimativamente, sia in termini di disagio economico-materiale, sia in termini di svantaggio culturale, sociale e di classe. Evidentemente nella deprivazione possono rientrare elementi di carenza del capitale umano e sociale: nel presente contributo si è, quindi, circoscritto il concetto (per evitare sovrapposizioni con gli indicatori di capitale umano e sociale sopra descritti) alla deprivazione materiale “acquisita”, utilizzando i seguenti indicatori: tasso di disoccupazione (15 anni e più); licenza elementare, nessun titolo di studio; indice di dipendenza degli anziani; nuclei familiari ; monogenitori; indice di affollamento medio nelle abitazioni; tasso di disabilità 6 anni e più; incidenza delle famiglie povere.” Per la deprivazione acquisita: Campania, Sicilia, Calabria, Puglia, Sardegna, Basilicata, Lazio, Molise, Abruzzo. Il rapporto inoltre prende in considerazione il finanziamento del SSN e rileva che “i risultati di esercizio pro-capite cumulati negli ultimi due quinquenni, nel periodo 2006-2010 a livello nazionale si registra una diminuzione: € 271 di disavanzo pro-capite, contro gli € 340 del quinquennio 2001-2005”. Anche il Sud e le Isole, complessivamente assunte, migliorano il risultato pro-capite, da € -461 a € -383 ma peggiorano la Puglia (da € -95 a € -306), Basilicata (da € - 138 a € -202) e Molise (da € - 625 a € -924). Il rapporto precisa a questo riguardo “Al 2010 sono dieci le Regioni che hanno sottoscritto un piano di rientro dal disavanzo: nel 2007 lo hanno stipulato Lazio, Abruzzo, Liguria (che nel 2010 è riuscita a chiuderlo, accedendo così a finanziamenti aggiuntivi), Campania, Molise, Sicilia e Sardegna; nel 2009 si è aggiunta la Calabria e nel 2010 il Piemonte e la Puglia. Considerando la sola gestione ordinaria, nel 2010 queste Regioni sono tra quelle che hanno maggiormente ridotto il proprio disavanzo rispetto all’anno precedente, anche se è aumentata la concentrazione: le Regioni in Piano di rientro nel 2010 hanno accumulato oltre il 93% del disavanzo totale, calcolato senza tener conto delle Regioni in avanzo (tra cui la Calabria, purdovendo precisare che ci sono ancora delle verifiche in corso sui conti). Se si considerano solo le 5 Regioni con maggior disavanzo nel 2010 (Lazio, Campania, Puglia, Sardegna e Liguria), in esse si concentra l’85% della perdita di esercizio nazionale. Se si considera anche la gestione straordinaria, la percentuale sale all’89%.” Nel 2010 i conti delle regioni in ‘piano di rientro’ peggiorano, rispetto al 2009, in Puglia del 9.1%, in Basilicata del 6.2%, in Sardegna del 2.5%. Circa l’impoverimento nel 2009, le regioni che figurano in ordine decrescente sono Calabria, Basilicata, Sicilia, Sardegna, Puglia. Nel 2007 le ragioni con minore indice di soddisfazione della popolazione per il proprio SSR sono dall’ultima in classifica a salire Puglia, Sicilia, Campania, Sardegna, Molise, Calabria, Lazio. Tenendo conto della spesa pubblica pro-capite il rapporto osserva “Le Regioni in cui la spesa appare meno giustificata in termini di soddisfazione dei cittadini sono il Molise, il Lazio e la Puglia; viceversa la spesa appare particolarmente “value for money” in Veneto, in Umbria e nelle Marche” Il quadro che emerge è quello di un Paese nettamente diviso in due, con gravi ritardi nel Sud difficilmente imputabili alle minori risorse assegnate dal momento, come si ebbe a dire in un’analisi recente (http://salutepubblica.net/news/86-dieci-anni-di-sanita-in-puglia-alcuni-dati.html), le risorse al Sud sono in proporzione superiori al PIL prodott. Appare anche preoccupante il dato secondo cui la spesa pro-capite al Sud non si traduce in un gradimento dei cittadini verso il SSR. Se un limite si può riconoscere all’analisi, è quello della valutazione delle performance di bilancio come indicatore principale anche se il rapporto prende in considerazione altri parametri non solo economici. Il Sud sembra indietro non solo nella gestione dei conti ma anche nel gradimento del SSR, nella formazione e informazione della popolazione, nella qualità delle sue relazioni e nel grado di impoverimento. Mancano indicatori di salute più specifici ma il quadro socio-economico che se ricava non è comunque confortante.

sabato 12 gennaio 2013

MA IN PUGLIA LA SANITA' E' DAVVERO MIGLIORATA?

I dati ISTAT del 2007 permettono di rilevare alcune caratteristiche nel nostro sistema sanitario regionale.Il numero di medici e ancor più quello di infermieri per 100 posti letto è inferiore in Puglia sia al resto dell'Italia meridionale che al resto d'Italia complessivamente. Si tratta di un dato non nuovo che avevamo rilevato qualche anno fa Infatti il Rapporto CEIS del 2008 scriveva: "Nella sanità pubblica lavorano 657 mila dipendenti, 11 per 1.000 abitanti, 17,8 a Bolzano, 8,9 nel Lazio, 9,3 in Puglia (dati 2006). Il personale in Italia dal 2000 al 2005 è aumentato dello 0,5%, maggiormente nel settore amministrativo. È diminuito in Lombardia (1,1%), Friuli (0,4%), Puglia (1,4%). In queste tre regioni la perdita non ha riguardato i medici che sono invece aumentati. La carenza di tecnologie rimane la malattia del sud e con essa la preferenza per le figure professionali elevate mentre restano carenti le figure che contribuiscono in modo determinante alla qualità dell’assistenza, cioè il personale infermieristico (infermieri, fisioterapisti, tecnici di laboratorio, tecnici di radiologia, ostetriche, ecc..) e gli Operatori Socio Sanitari." Anche nel rapporto CEIS del 2007 si rinviene lo stesso trend :"Dal 2000 al 2005 in Italia il personale del SSN è cresciuto del 2%, 9.7 % quello medico e 0.46 quello infermieristico. In Puglia è diminuito del 6.8%, quello medico è cresciuto del 6.8%, quello infermieristico è diminuito del 5.5%" Ciò avviene mentre il tasso di ospedalizzazione rimane molto elevato sia rispetto al Sud che al resto dell'Italia. Sebbene la Puglia sia riuscita a sottrarsi al Commissariamento governativo per il debito del bilancio sanitario, la cura del Piano di Rientro, consistente essenzialmente nel blocco del turnover e nel taglio dei posti letto, produrrà i suoi effetti sul piano contabile ma difficilmente sul piano della qualità e dell'attrattività del sistema. La sproporzione tra medici ed infermieri è sintomatico di una gestione tendente a blandire i settori socialmente più elevati di questo macrosettore, ovviamente a fini clientelari. Le procedure assuntive dei medici sono più rapide di quelle degli infermieri ai cui concorsi si presentano migliaia di operatori. Concorsi di tal tipo hanno avuto in Puglia durata anche di 10 anni! Scorrendo i bilanci 2012 delle ASL si osserva che mentre il costo del personale dipendente è diminuito per via del blocco del turnover, i costi della Medicina Generale, essenzialmente gli emolumenti ai medici di famiglia, sono aumentati senza che questo abbia prodotto la riduzione del ricorso all'ospedale. Anche questo rientra nelle gestioni orientate più al consenso dei ceti abbienti che agli interessi dei cittadini ammalati.

martedì 1 gennaio 2013

ALLE ARMI I SOLDI PER LA SANITA'

Il primo giorno dell'anno mi è capitata una lettura spiacevole. La notizia, commentata da Padre Alex @Zanotelli su @manifestiamo.eu, che il 10 dicembre il Parlamento ha definitivamente approvato il disegno di legge delega di riforma delle Forze Armate. Ne riporto un ampio stralcio. "La Destra ha votato compatta a favore, nonostante avesse appena sfiduciato il governo. Il PD, nonostante alcune voci contrarie, ha pure votato a favore. Unico partito contrario: IDV. Un amaro regalo di Natale questo che il governo Monti ci lascia prima di dimettersi. Un regalo alla casta dei militari, alla lobby dei mercanti di morte. La riforma infatti ci costerà nei prossimi dieci anni, l’astonomica cifra di 230 miliardi di euro! La Legge autorizza le Forze Armate a riorganizzarsi in proprio in dodici mesi con una delega, per ora in bianco. Inoltre questa Legge prevede un taglio di 43 mila addetti sia militari come civili nei prossimi dieci anni. La cosa però che sorprende è che i soldi risparmiati rimangono al Ministero della Difesa per l‘ammodernamento ‘ dell’esercito. Mentre per la Spending Rewiew di Monti, i soldi risparmiati avrebbero dovuto rientrare nel Bilancio dello Stato. Ed invece saranno usati per comperare i nuovi sistemi d’arma. In poche parole il Ministro della Difesa avrà un miliardo di euro in più all’anno da spendere in nuove armi! Inoltre la nuova legge prevede che gli enti locali dovranno rimborsare il Ministero della Difesa per gli interventi di soccorso e prima emergenza come terremoti e alluvioni. Tutto questo avviene mentre la crisi economica lascia senza lavoro centinaia di migliaia di lavoratori e non ci sono soldi per il welfare, per la sanità, per la scuola , per il terzo settore. Assistiamo attoniti al tradimento del governo Monti e dei partiti. E mentre è passata in tutta fretta la Riforma della Difesa (se ne parlava da vent’anni!), non si è fatto nulla per la Riforma della Cooperazione, che è l’altra faccia della medaglia! E questo nonostante che ci sia un ministro cattolico, A. Riccardi, alla Cooperazione Internazionale. (E’ da vent’anni che girano in Parlamento proposte di riforma della Cooperazione internazionale che è ormai ridotta ai minimi termini!). Nel 2000 l’Italia aveva promesso all’ONU che avrebbe versato lo 0,7% del suo PIL per sconfiggere la povertà. L’Italia , all’ultimo posto nella graduatoria, ha disonorato in questi dodici anni gli impegni presi arrivando allo 0,2% del PIL mentre spende il 2% del PIL in armi. Siamo giunti così alla follia di spendere, lo scorso anno, 26 miliardi di euro (dati SIPRI) a cui bisogna aggiungere 15 miliardi di euro per gli F-35. Si tratta di 41 miliardi di euro: una vera e propria manovra! Nessun taglio alle armi, anzi la Difesa avrà un miliardo in più da spendere nell’acquisto di sofisticati strumenti di morte. Mentre il governo Monti ha tagliato fondi alla scuola, alla sanità, al terzo settore. Mi amareggia il silenzio della Conferenza Episcopale Italiana. Altro che ‘pace in terra agli uomini di buona volontà’ che è il cuore del messaggio natalizio."

sabato 1 dicembre 2012

NELLE BRACCIA DEL MOSTRO

Sono trascorsi più di trenta anni, quella sera di dicembre sotto la pioggia il tassista sfrecciava verso la stazione Termini. Ero contentissimo, avevo appena superato il primo esame di medicina e tornavo a casa per Natale. Dopo qualche domanda esplorativa il tassista sbottò: "Ma tanto voi dottori, si sa, alla fine ve fate tutti la villa al mare e pensate solo ai sordi". Certo, avevo scelto quella strada perché era una professione prestigiosa, si diceva, ma ero anche animato da tanta voglia di fare del bene al prossimo. Mi sono laureato esattamente 27 anni fa. Da alcuni anni non andavo più per convegni e congressi medici. Un senso di stanchezza mi aveva attanagliato sul versante dell'aggiornamento. Pensavo che una buona lettura ed una ricerca su Internet valesse molto di più ai fini pratici e lo penso ancora. Ma i punti, quelli dell'ECM obbligatorio, mi hanno risospinto nella schiera dei forzati degli incontri di aggiornamento. Non vi è relazione che non parli di "medicina difensiva" o si sforzi di dimostrare che quel che si propone "fa risparmiare". "Cosa ci protegge di più dai pazienti che reclamano un risarcimento, le linee guida o il consenso informato ben fatto? Il sistema non si regge più economicamente, bisogna cercare soluzioni efficaci basate sulle evidenze, tutto ciò che non corrisponde a questi requisiti non deve essere praticato. ". Sembra di ascoltare i politici in questi tempi di tracollo economico degli Stati che dopo aver provocato il disastro parlano dei rimedi come se si stiano affaciando per la prima volta nell'agone. E mentre si discute di tutto ciò, si affiancano relazioni pagate dall'industria per presentare esperienze condotte su ritrovati tecnologi tanto costosi quanto di non provata utilità. Siamo nelle braccia del mostro, il dio denaro: prima abbiamo fatto strame del bene comune sanità, adesso la crisi ci rivolta contro i pazienti. Anche loro pensano "solo ai sordi". Siamo stati cattivi maestri e ne paghiamo le conseguenze.

martedì 31 luglio 2012

TARANTO: SENZA LE ASSOCIAZIONI, TUTTO COME PRIMA!

Che a Taranto ci fosse una concentrazione pericolosa e dannosa di inquinamento ambientale di origine industriale era cosa nota anche ai profani di chimica ed epidemiologia da decenni. E non solo. Gli studi epidemiologici condotti dall'OMS e da altre istituzioni nazionali denunciavano una situazione molto critica. Per esempio era già noto dagli anni '80 che anche tra le donne la mortalità per patologie respiratorie a Taranto era superiore all'atteso. Ma come spesso accade, perchè la questione assurgesse agli onori della croncaca e della verità nel modo traumatico del sequestro giudiziario, c'è voluto l'impegno scientifico di Alessandro Marescotti, fondatore un paio di decenni fa della associazione telematica per la pace Peacelink, che sarà pure, come scrive l'ARPA, con una caduta di stile, un "insegnante di materie letterarie in un liceo tarantino", ma che nel 2008 ha fatto quello che nessuna istituzione preposta alla tutela dell'ambiente e della salute aveva mai fatto: l'analisi del pecorino prodotto nei pascoli prossimi all'ILVA con evidenza di concentrazioni di diossina e PCB tre volte superiori ai limiti di legge. A seguito di questa iniziativa la ASL di Taranto abbaterrà 1300 capi di bestiame allevati a ridosso dell'ILVA. A seguito della denuncia degli allevatori sono partite le attività giudiziarie che hanno indotto la Procura della Repubblica a disporre le indagini epidemiologiche su popolazione e lavoratori, anche queste mai condotte fino ad allora in Puglia. Trenta morti in più all'anno attribuibili all'ILVA. Finalmente l'epidemiologia parla un linguaggio comprensibile al popolo! Nel 2010 sempre Peacelink insieme ad un'altra associazione, Altamarea, evidenzia troppa diossina nelle carni di ovini e caprini. Un'ordinanza della Regione Puglia vieta il consumo di fegato degli ovini e caprini cresciuti in un raggio di 20 km dall'area industriale di Taranto. Anche il Consiglio Regionale deve rincorrere le associazioni: è della fine del 2008 la legge regionale che abbassa a 0.4 ng/Nm3 il valore di diossina, ma a marzo 2009 viene modificata, niente controlli in continuo ma solo per tre settimane all'anno e per parte della giornata. Ma il problema purtroppo rimane tutto intero, in quanto la diossina non esce solo dal camino E312, ma attraverso emissioni non convogliate. Nel 2011 il Fondo Antidiossina del prof Fabio Matacchiera (un altro "insegnante") fa analizzare i mitili, le famose "cozze di Taranto". Emergono valori estrememente preoccupanti. La ASL di Taranto vieta il prelievo e la vendita del cozze allevate nel primo seno del Mar Piccolo. I mitili presentano concentrazioni di diossina e PCB superiori ai limiti di legge. Qualche giorno prima del sequestro giudiziario Marescotti divulga i dati di uno studio di ricercatori dell'ARPA che evidenzia un eccesso di piombo nelle urine dei tarantini suscitando la precisazione inopportuna dell'Agenzia. Il resto è cronaca giudiziaria e sindacale. Purtroppo nessuno ha mai solidarizzato con i morti ed i malati di Taranto, nè con le loro famiglie ed i bambini, nè con i lavoratori dell'agricoltura e dell'itticoltura che il posto di lavoro lo hanno già perso.

lunedì 11 giugno 2012

BIOBANCA o BIOTECA?

Mentre anche da noi continuano ad essere replicate le evidenze scientifiche già rilevate in altre parti del mondo, per le quali man mano che ci si avvicina al carbone ed al petrolchimico aumentano una serie di patologie nella popolazione, al contrario non si sente parlare di misure concrete per ridurre le emissioni di polveri e sostanze pericolose. Al contrario si annunciano installazioni di nuovi impianti e reimpieghi di antichi col risultato di incrementare i rischi. Purtroppo il tema della prevenzione del cancro e delle malattie croniche si presta a frequenti fraintendimenti. Si scambia la diagnosi precoce con la prevenzione, sottoporsi a miriadi di esami per scoprire le malattie il più precocemente possibile è la parola d'ordine degli erogatori di prestazioni sanitarie. Ma della vera prevenzione, la prevenzione primaria, nessuno parla, forse perchè non crea profitto per i detentori del potere economico anche se rimane l'unica arma capace di ridurre l'insorgere delle malattie ambientali. Dove l'hanno applicata, come in Svezia, negli anni '70, bandendo l'uso di alcuni pesticidi, i risultati si vedono: sono diminuiti i linfomi e i sarcomi. La vera soluzione e forse l'unica efficace per il momento rimane quella di allontanare dall'uomo le sostanze in grado di provocare cancro e non solo! Recentemente abbiamo appreso che l'Amministrazione Provinciale di Brindisi ha intenzione di stabilire nella Cittadella della Ricerca una biobanca, qualcosa, ha dichiarato il suo Presidente, rispetto alla quale "l'epidemiologia è nulla, qui si potrà conoscere il "come" ed il "perchè", si tratta di un progetto che va 100 volte oltre!" Sempre il Presidente ha affermato che "con il registro tumori conosciamo il "dove" e il "quando" ma solo con la bio-banca potremo finalmente sapere il "come" e il "perchè"". A questo riguardo sarebbe da ricordare l’esperienza del colera a Londra alla metà del 19esimo secolo, quando ancora era all’ordine del giorno la teoria dei miasmi, contestata da John Snow, lo stesso che in quella occasione propose la strategia di contenimento dell’epidemia eliminando la fornitura dell’acqua prelevata dal Tamigi a valle di Londra. La conoscenza del "dove" e "quando", come evidenziati dagli studi epidemiologici, permette l’azione di prevenzione prima ancora della conoscenza del  "come" e "perché". E l’epidemiologia serve proprio a questo ed è l’approccio scientifico alla sanità pubblica. L’epidemiologia senza l’azione è nella generalità dei casi sterile esercizio, ha infatti per motto "conoscere per agire". Le implicazioni politiche ed etiche sono evidenti. Se a Londra non si fossero lasciati guidare dal "dove" e "quando" e avessero aspettato di scoprire il vibrione del colera, i morti sarebbero stati incalcolabili. Cionondimeno, incuriosito dalla proposta, sono andato a vedere come funziona, laddove esiste già dal 2006, una biobanca correlata con le malattie ambientali e cioè in Sardegna, a Sarroch, accanto ad una delle raffinerie tra le più grandi in Europa. Lì la biobanca è stata creata con lo scopo di monitorare eventuali situazioni di rischio per la salute dei propri abitanti e fornire supporto ad appropriate misure. In quella realtà si erano prima svolti degli studi epidemiologici che avevano evidenziato una maggiore frequenza di alcune malattie nella popolazione e si era avvertita la necessità di alcuni interventi per ridurre il livello di inquinamento riscontrato. Si cominciò pertanto a considerare l'ipotesi di prelevare tessuti biologici dai residenti e conservarli in modo da poterli utilizzare in futuro. Con gli studi di biomonitoraggio già oggi si può determinare la concentrazione di sostanze nocive e i meccanismi attraverso i quali esse esplicano la loro azione sull'organismo. La possibilità di eseguire misurazioni ripetute nel tempo permette di valutare dinamicamente come l'organismo risponde alle sostanze tossiche, la loro eventuale persistenza ed eliminazione, la reversibilità delle modificazioni biologiche precoci ed in alcuni casi dei danni come quelli genetici. Inoltre, dato il rapido sviluppo delle conoscenze e delle tecnologie nel settore, è possibile che in futuro si potranno effettuare sul materiale biologico conservato analisi che oggi non sono disponibili o addirittura neppure ipotizzabili. Lo scopo della biobanca sarda è quello di monitorare gli effetti di un'azione di riduzione dell'inquinamento e non essere una alternativa agli studi epidemiologici e tanto meno un modo per rinviare sine die interventi di contrasto dello stesso. Ma c'è di più. E cioè che anche rispetto alla biobanca ci possono essere differenti approcci politici. Può essere un forziere (una "biobanca" appunto) in cui i cittadini che lo vorranno depositano volontariamente i loro materiali biologici ma il loro utilizzo e le conseguenti ricerche rimangono affare dei politici, dei tecnici e delle aziende chiamate a finanziare. Oppure un contenitore in cui i cittadini depositari sono anche coinvolti nelle decisioni sulle ricerche da svolgere e nell'assicurare l'aderenza dell'iniziativa alla finalità esplicita di contribuire alla tutela della salute individuale e collettiva, prestando particolare attenzione ai fattori ambientali. Ecco perchè in Sardegna hanno costituito una Fondazione che prevede la costituzione di comitati tecnici ed attività di informazione e formazione che favoriscano la partecipazione della cittadinanza ai processi decisionali in materia di salute ed ambiente. Per queste ragioni in quella esperienza si è deciso significativamente di usare il termine "bioteca" e non "biobanca". Ben venga allora la bioteca con la partecipazione dei cittadini piuttosto che la biobanca, perchè ogni iniziativa che sviluppi la ricerca biomedica nella nostra città è sempre benvenuta. A patto che si tratti di un'iniziativa a beneficio della salute, con la partecipazione dei cittadini, e che non esima dal fare subito ciò che le conoscenze attuali già obbligano a fare. La bioteca ci aiuterà a capire nel tempo quanto questi interventi di contrasto siano stati davvero efficaci.

lunedì 16 aprile 2012

QUANDO VENDOLA ISTRUIVA I DIRETTORI GENERALI SUI CONCORSI PUBBLICI


La primavera pugliese era appena sbocciata ed ai nuovi direttori generali nominati a settembre 2005, oltre i consueti obiettivi fu indirizzata una lettera del Presidente Vendola riguardante proprio i concorsi nelle ASL con cui disponeva , tra l'altro, che "le assunzioni e le procedure concorsuali devono attenersi a principi di trasparenza assoluta. Tutti gli aventi diritto devono avere la possibilità di partecipare; si devono attivare tutti gli strumenti affinché ognuno sia informato, possa accedere a qualsivoglia informazione necessaria, sia messo in grado di giudicare e valutare i tempi e gli esiti concorsuali." Inoltre i direttori, secondo il Presidente, dovevano essere "rigorosi e fermi nell’indizione e nello svolgimento, in tutte le loro fasi, dei bandi di gara e degli appalti che devono corrispondere al rispetto delle regole e all’interesse della amministrazione e della collettività." Tascrissi queste note su alcune diapositive e le mostrai in uno dei primi ed affollati collegi di direzione. Furono accolte da un silenzio glaciale che mi parve contenere sentimenti di timore, auspicio, scetticismo, tutti insieme.
Le cose sono andate come sappiamo, cioè come sempre, purtroppo e questa notizia della chiusura delle indagini proprio per un concorso pubblico ci confermano, qualunque sia l'esito giudiziario, che la strada della separazione degli interessi elettorali dagli interessi pubblici è ancora lunga ed in salita.
Il governo delle strutture sanitarie va lasciato ai sanitari, i criteri per le assunzioni devono essere oggettivi. Non ci vorrebbe niente , se si volesse fare davvero, a costituire una graduatoria nazionale, o almeno regionale, con punteggi da attribuire in modo inequivocabile alle varie voci di una carriera medica e da quella attingere secondo le necessità. Il mondo della scuola può assurgere ad esempio. Perchè non dovrebbe funzionare anche in sanità? Se davvero si volessero riportare in Italia "cervelli fuggiti", come Vendola diceva di voler fare qualche anno fa con un primariato all'Ospedale Miulli, sarebbe bastata una legge ad hoc, in parte già esistente, che prevedesse, in presenza di requisiti oggettivi di altissimo livello, l'assunzione diretta per 5 anni a tempo determinato in una posizione apicale. Un luminare vero non ha certo paura di un contratto a tempo determinato!
Vendola non è un semplice cittadino, è nella condizione di proporre e far approvare norme che cambino radicalmente il mondo della sanità. Una legge per abolire la libera professione nelle strutture pubbliche o, quanto meno, per mettere in fila, nella stessa lista, paganti e non paganti, come hanno fatto in Toscana. Una legge per rendere meno discrezionale lo svolgimento dei concorsi, con punteggi certi e verificabili.
E' davvero triste che un politico si interessi di questioni di cui non ha competenza, ma è molto più triste che molti medici non partecipino più alle selezioni per primario "perchè tanto si sa come funziona". Ed ancor più triste che i cittadini accettino supinamente la "tassa di accesso" della libera professione "perchè non c'è altro modo per farsi ricoverare".
Non si deve disarmare, la strada è lunga ed in salita ma la meta di una società più giusta esiste ed è raggiungibile. Necessita una rivolta dei cittadini consapevoli.